Una iniziativa nata un po' per caso...

Lunedì 10 giugno 2024. Forzando abitudini e ritmi consueti di lavoro, con mia moglie Annacarla ci siamo “imposti” di uscire dallo studio molto prima del solito orario. La chat parrocchiale del “Gruppo Famiglia” proponeva una visita di gruppo nella Chiesa di San Marcello al Corso, alla mostra del CRISTO DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE di Salvator Dalì, esposto eccezionalmente e per la prima volta insieme al disegno-reliquia di San Giovanni della Croce, che lo ha ispirato. Il Cristo di Dalì mi aveva sempre affascinato fin dall’epoca della scuola: l’innovativa prospettiva e la statuaria bellezza del Cristo, il mirabile gioco della luce e il forte contrasto con le oscure tenebre mi hanno da sempre fortemente emozionato. La possibilità di vedere il quadro, generalmente conservato a Glasgow, addirittura con il disegno che lo aveva ispirato e di poterlo fare proprio qui, a Roma, era un’occasione cui non potevo certo mancare! Trafelati per l’inesorabile ritardo dei mezzi pubblici, siamo arrivati, attesi da Don Gianfranco e dal resto del gruppo, tutti già pronti all’entrata della Chiesa. Là abbiamo ritrovato molti amici e altre persone che, seppur non personalmente conosciute, abbiamo però subito riconosciuto come membri della nostra comunità parrocchiale. Una volta compattato il gruppo ed entrati in Chiesa, siamo stati subito accolti dalla sublime ed emozionante visione dell’opera di Dalì. Con gli occhi abbacinati da questa bellissima e al contempo struggente immagine di sofferenza, insieme dolorosa ma anche carica di un’immensa forza positiva e rasserenante, abbiamo ascoltato la sommessa voce di Titti che ha condiviso con noi la sua conoscenza dell’opera, guidandoci nella comprensione di questa magnifica immagine. Dopo aver ascoltato Titti, molti di noi – e a dire il vero anche qualche esterno, incuriosito e assetato di conoscenza, che si è aggiunto al nostro gruppo – hanno condiviso le emozioni che la vista dell’opera produceva. Da fuori apparivamo come una compatta commissione di studio, concentrata sulle più profonde speculazioni e sui reconditi significati che l’inconsueta immagine del Cristo sollevava. Sì, il Cristo di Dalì è proprio un’immagine inconsueta: il Crocefisso si presenta con un punto di vista assolutamente innovativo; non è frontale come la tradizione insegna, ma è visto come se fossimo al di sopra della terra e al disopra del Crocefisso stesso, ora proiettato in cielo. Il volto di Gesù è rivolto verso la terra, redenta dal peccato e liberata dall’oscurità, proprio grazie al sacrifico di Gesù per noi. Il paesaggio terrestre, ispirato ad un porto spagnolo, è sereno, puro e incontaminato. La terra, mondata dal peccato è liberata dall’oscurità. In primo piano una barca e due figure umane isolate, che ci riportano ai pescatori di Cafarnao. Sull’orizzonte, il profilo di un’isola che ricorda quello di Dalì. Non si vedono i simboli tradizionali della passione, la corona di spine e i chiodi che lacerano le mani e i piedi del Signore. Gesù aderisce alla Croce con la forza dell’amore con cui l’ha accettata, per la nostra redenzione. Sebbene i muscoli delle spalle di Gesù siano tesi dalla sofferenza della morte, immagino il suo volto rivolto, non a chi contempla il quadro, bensì verso la terra dalla quale si sta elevando, sereno nell’amore e nella speranza che ripone negli uomini, per i quali ha sacrificato la propria vita e fiducioso nella forza del messaggio che con le sue parole ci ha lasciato. Inevitabile è il richiamo al Salmo 26: Il Tuo volto Signore io cerco. Non nascondermi il Tuo volto. Nella certezza che il Suo volto è rivolto costantemente verso di noi, sta il nostro impegno costante a cercarlo: per me questa è la forza del messaggio del Cristo di Dalì o almeno così mi piace pensarlo.

Con il cuore rasserenato da questa mirabile opera e guidati da Don Gianfranco per un momento di preghiera e di raccoglimento ci siamo poi radunati vicino al Crocefisso qui custodito, proprio quel Crocefisso ai cui piedi – in una vuota Piazza San Pietro nei giorni più cupi della pandemia – Papa Francesco pregò per tutti noi. La serata si è infine conclusa piacevolmente in pizzeria, nei pressi del ponte Vecchio, dopo un’edificante lezione tenuta sull’autobus da Don Gianfranco su San Giovanni della Croce e Santa Teresa di Avila. A conclusione della giornata, infatti, è stato bello ritrovarci intorno ad un tavolo, conoscendoci meglio e condividendo ricordi e momenti di vita parrocchiale e del quartiere. La giornata mi ha ulteriormente rafforzato nella mia già profonda convinzione di quanto la condivisone rappresenti un momento di crescita personale e di coesione in un gruppo, risolvendosi sempre in un’ineguagliabile esperienza. Il mio personale ringraziamento agli organizzatori della giornata: a Titti, preziosa guida, a Don Gianfranco instancabile aggregatore e a tutti coloro che vi hanno preso parte, condividendo e partecipando con reciprocità, nella comprensione del quadro, le loro emozioni.

Mario Pettorino

Un anno pastorale in scadenza.... la festa di fine anno 7 - 8 - 9 Giugno

Sabato mattina

La Messa con la benedizione degli animali

Sabato 8 Giugno 2024 alle ore 11:00 presso il campetto adiacente la parrocchia bambino Gesù, gli scout di Roma66 hanno allestito un splendida location dove il nostro parroco Don Gianfranco ha organizzato una messa per benedire i nostri amici animali. La celebrazione della messa è stato un bellissimo momento di condivisione, durante la celebrazione  Don Gianfranco ha ricordato l’importanza che hanno i nostri amici animali durante la nostra vita, aiutandoci a superare anche momenti di difficoltà e di sconforto. Ma non bisogna mai dimenticare che l’animale non si potrà mai sostituire all’uomo e anche se i momenti difficili si ripropongono nel corso della vita i nostri amici animali ci possono capire e supportare a modo loro ma lo stare insieme tra essere umani è altrettanto importante.

Elisa

Sabato sera... chi più ne ha più ne metta!...

Il punto di vista di un papà

WORK IN PROGRESS

Il punto di vista di una scout

Croce e delizia: fatica e comunità

Per noi scout un appuntamento fondamentale quello della Festa della Parrocchia, al termine della quale siamo così stanchi da non riuscire nemmeno a ricordare il nostro nome, ma così soddisfatti da sapere che ne è valsa la pena.

Ogni anno si ripete il rituale, gli impegni sono moltissimi e quest’anno nella settimana precedente la Festa sapevamo anche di non poter contare sul nostro punto di riferimento Marco Marzano che la gestisce da anni, perchè aveva programmato una meritata vacanza familiare, ma ce la siamo cavata lo stesso, perché è stato un buon maestro, incarnando perfettamente il principio scout del trapasso delle nozioni.

I preparativi fervono, tutti sono coinvolti, si stabiliscono i posti di azione e le responsabilità, ognuno dà il massimo delle proprie disponibilità di tempo, facendo lo slalom tra il lavoro, gli esami e la famiglia, ma non si può mancare!

Chissà se chi fa un giro di giostra, gusta il panino con la salsiccia e sorseggia la birra fresca, magari lamentandosi per aver fatto un po’ di fila, sa quanto sudore c’è dietro quei semplici gesti.

La Festa della Parrocchia non è solo fatica; è anche e soprattutto il momento per insegnare ai più grandi l’organizzazione ed ai più piccoli il valore della collaborazione e della responsabilità, perché anche l’ultimo arrivato ha un ruolo e svolge una sua parte fondamentale in questa grande giostra che segna per noi un momento di forte appartenenza alla nostra Parrocchia e al nostro quartiere.

Quel che resta alla fine di questi due giorni rutilanti fra giochi, panini, spettacoli e volontariato sono gli occhi alzati al cielo per un incarico che non piace, tanta immondizia da dividere per riciclare correttamente, tanta polvere e odore di fritto, montagne di attrezzature da lavare e riporre, ma sempre accompagnati dall’eco delle risate, dagli abbracci, dalle pacche sulle spalle e dalle battute fra amici.

E allora ben venga la fatica se ciò che ne deriva è una grande occasione educativa!

Lucia

.. e quello di chi è stato ore alla cassa

— Poca gente? Tranquilli, finisce la messa e staranno tutti qua.
— Venite anche da questa parte, le file sono due!
— No, questa salsiccia è tutta grasso, non posso mica mangiare una cosa così.
— Ma com’è il burrito?
— Nooo, un’altra volta un black out!
— Le patatine non ci sono per venti minuti! Dobbiamo cambiare il fornello!
— Ma le patatine ci sono! E mi avete detto che non c’erano!!!
— Un bicchiere di vino 1,50. Aiuto! Come facciamo a darle il resto di 50 euro? Non abbiamo proprio spicci.
— Vorrei una porzione di ceci. – ??? Non ci sono i ceci. Forse voleva i fagioli al curry? – No no, seicento ceci, c’è scritto: falafel.
— Ci dispiace, le dobbiamo dare sei euro di resto in monete da venti centesimi.
— Finiti gli hamburger!
— Finita pizza fritta!
— Finite le crepes!
— L’acqua è finita, è rimasta solo quella della fontanella.
Ecco, anche quest’anno è arrivato il momento tanto atteso della festa della parrocchia Gesù Bambino a Sacco Pastore è del quartiere.
Quanti volti conosciuti e familiari, quanti incontri, quante persone riviste magari dopo mesi! Eravamo proprio in tanti, da zero anni in su: chi da una e chi dall’altra parte della barricata dei computer della cassa (e meno male che da dietro gli schermi non si vedeva quanto lunga e grossa era la fila!); chi in mezzo alle nuvole di fumo, nel caldo dei pentoloni e delle friggitrici a servire le specialità gastronomiche preparate dagli scout e chi, dall’altra parte del banco, con un pugno di ticket, cercando di capire che cosa dovrà mangiare; chi a fare l’interminabile fila per un altro giro di giostra (“questo è proprio l’ultimo, l’ultimissimo, lo giuro”), o lanciarsi sul trampolino; chi stava sul palco e chi sotto ad ascoltare e ballare. Chi è venuto ad assaggiare la cucina eritrea (tranquilli, quella dell’Amanida è meno piccante dell’”originale”) e i dolci dei ragazzi dell’oratorio (buoooni!); chi a capire la situazione immobiliare del quartiere, chi a conoscere il mondo dello scoutismo Agesci.
Ma prima di tutto siamo stati in tanti a parlare, ridere, scambiare due chiacchiere. A scoprire ancora una volta quanto è bello stare insieme. Tutto questo sotto l’occhio vigile dell’onnipresente Don Gianfranco.
Arrivederci all’anno prossimo!

Magda

Domenica, più festa di così... sette battesimi !!!

Il punto di vista del papà di una bimba battezzata

Da che ho memoria ho sempre amato il senso di comunità. Non ho mai creduto che ogni uomo sia un’isola né tantomeno che basti a se stesso. Il battesimo è il primo passo verso una comunità, la prima esperienza di socialità per una nuova vita. È impossibile, certo che lei lo ricordi, ma che ne abbia o meno memoria è questione di effimera importanza, di certo rimarrà impressa da qualche parte nella sua anima. Siamo noi genitori che porteremo per sempre con noi il suo volto sorpreso quando l’acqua le ha toccato la fronte e non era l’ora del bagnetto, la sua voce che, presa dalla voglia di uscire, e dall’innata attitudine alla comunicazione, esplodere fino a coprire quella di Don Gianfranco. E le risate poi… una serie interminabile e squillante, pulite e piene, chissà cosa nel mio volto in quel momento era diventato la cosa più divertente al mondo. Lei rideva, beata rideva, e io non riuscivo a dirle di fare silenzio. Ridevo con lei fino alle lacrime ed è stato bello pensare che il primo ingresso di mia figlia in una comunità sia stato immerso da acqua e risate, una parte fondamentale della vita di ogni uomo. Un manifesto di gioia, un inno alla vita che irrompe nel mondo.

Massimiliano

WORK IN PROGRESS

1° Giugno 2024

Una processione insolita: la pioggia e l'Amore di Dio si incontrano

Ieri, la nostra amata comunità parrocchiale si è trovata di fronte a una sfida imprevista durante la celebrazione del Corpus Domini. La mattinata, segnata da una pioggia incessante e capricciosa, ha costretto i fedeli a ripensare la tradizionale processione nelle vie del quartiere. Tuttavia, ciò che potrebbe sembrare una difficoltà insormontabile si è rivelata un’occasione unica per vivere la fede in modo diverso, ma altrettanto intenso.

Si mormora che il nostro carismatico parroco, Don Gianfranco, noto per il suo spirito pratico e un pizzico di ironia, abbia esclamato prima dell’avvio della processione: “Gesù, o fai piovere sul serio o niente, non accetto mezze misure perché poi non so che fare!”. Questa frase, che strappa un sorriso, riassume perfettamente il sentimento dell’esperienza: un misto di sfida e accettazione serena della volontà divina.

Infatti, nonostante la pioggia, la cerimonia si è comunque svolta! Anche se in modo molto “alla buona”, con un’atmosfera familiare e raccolta, la processione si è snodata all’interno della chiesa e sotto i portici adiacenti, creando un senso di maggiore intimità e condivisione. Personalmente questa  particolarità mi ha fatto sentire di più il calore della collettività: giovani e meno giovani stretti sotto ombrelli e mantelline, hanno seguito con devozione la processione ed intonato i canti guidati dalla voce solenne del Don. E mentre i bimbi presenti saltavano delle pozzanghere con i loro stivaletti di gomma, guardavo con piacere i genitori che, invece di rimproverarli sorridevano e continuavano a cantare!

Forse la Bellezza e L’ Amore di Dio è anche questo! La pioggia, con il suo ritmo costante, che accompagna i canti e le preghiere, diventa la voce del nostro Signore che ci guida e si fa sentire ancora più vicina a noi. È bello pensare che Gesù ieri abbia deciso di venire più vicino a noi, proprio lì, sotto quei portici della nostra Chiesa.

Matteo

Il consulto metereologico....
Gocce di pioggia che ascoltano la Processione

E cominciamo dalla notte dal 31 maggio al 1° giugno...

Una notte particolare. Una volta l’anno succede. Esposizione del Santissimo per 24 ore nella nostra Chiesa. Ci sono fogli vicino all’entrata già da tanti giorni, ci si può prenotare; una casella per ogni ora del giorno e della notte e Don Gianfranco continua a dire che venire a pregare nelle ore notturne è cosa più gradita al Signore…. ci si dovrebbe prenotare, ma io non so quando potrò e così non mi prenoto. Babysitteraggio serale, poi esco. Una Chiesa davvero diversa da quella che viviamo di consueto. Complimenti allo scenografo, che penso di conoscere… la rampa piena di fiaccole e questo me lo aspettavo. Poi l’altare: un grande ostensorio, un’orchidea rosa, un portacandele multiplo e davanti un portaincenso che diffonde un leggero profumo. Silenzio, tanto silenzio, non siamo abituati a questo silenzio in chiesa, sembra di stare in un monastero, ogni tanto si percepisce un fruscio, una persona che si alza, che entra, che esce, addirittura lo scricchiolio di un ginocchio che si piega…. Penso a un canto mariano di cento anni fa… “Vorrei essere un fiore dell’altar… vorrei essere fiamma … vorrei essere incenso…”. Sono venuta a pregare. Tento di pregare, ma con un silenzio così totale si cerca di essere tutt’uno con il silenzio guardando questo altare così essenziale. Forse è preghiera anche questa.

Il giorno dopo sono di nuovo in chiesa: Sabato sera, Messa prefestiva e chiusura di queste 24 ore di esposizione del Santissimo. La scenografia è la stessa, ma la Chiesa è la nostra Chiesa… mi viene da sorridere, perchè riconosco la mia Chiesa. Mi inginocchio al posto di stanotte, ma da una parte si sentono i rumorosi applausi che vengono dal campetto di calcio dove sono in atto le premiazioni dei bambini che fanno parte delle squadre parrocchiali; a sinistra ho un cagnolino che ogni tanto guaisce e che fa ampie passeggiate nel presbiterio sgusciando da sotto i banchi; dietro a me trilla un telefonino… la chierichetta non riesce ad accendere le candele… il vaso dell’orchidea passa di mano in mano e nessuno sa dove metterlo… una signora continua a chiedere a che ora inizia la Messa. Penso che è proprio così che dev’essere una chiesa. Per carità siamo pure capaci  di stare zitti, di pregare, di cantare  e di farci assorbire dalla bellezza delle cose alle quali partecipiamo con un cuore pieno di gioia, ma siamo anche popolo di Dio, un po’ confusionario. Mi va bene così!

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