D I A R I O

Una pagina che vuole raccogliere immagini e testimonianze del nostro vissuto quotidiano in comunità: emozioni, gioie e dolori che cercheremo di condividere con chi vorrà soffermarsi….

1 - Da Natale 2020 a febbraio 2021

Domenica 21 febbraio: Prima domenica di quaresima

L'elezione di Cecilia

L’EMOZIONE DI RACCOGLIERE FRUTTI CURATI CON AMORE

La cerimonia dell’elezione di Cecilia è stato proprio questo per noi del gruppo scout e per tutta la Parrocchia.

Per anni abbiamo l’impressione che il piccolo seme piantato ed innaffiato con cura per tanti anni non debba dare frutto ma, proprio quando stai per scoraggiarti, appare un piccolo germoglio, che è la manifestazione della Grazia di Dio e una ragazza che non aveva mai voluto accostarsi ai sacramenti ti chiede di essere battezzata!

Un percorso lungo quello del battesimo degli adulti che può essere percorso solo da chi ha davvero compiuto una scelta consapevole e profonda.

Negli ultimi tre anni il nostro gruppo scout ha visto sbocciare ben tre fiori nel Battesimo di Damiano, di Livio Giorgio e presto, nella notte di Pasqua, quello di Cecilia Chiara.

L’elezione è il momento nel quale il catecumeno viene eletto degno di accedere ai sacramenti e percorre l’ultimo tratto del suo cammino, attraverso diverse cerimonie che, davanti alla comunità ecclesiale, nel periodo della Quaresima, lo accompagneranno al momento in cui riceverà i sacramenti durante la Veglia Pasquale.

Cecilia ha iniziato il suo percorso nel gruppo scout e nella Parrocchia ad 8 anni ed attraverso le attività di catechesi organizzate dagli scout, quasi senza accorgersene ha scoperto la fede cristiana e ha avuto l’occasione di interiorizzarla in modo molto naturale e spontaneo, tanto che nemmeno lei se ne era resa conto.

 

Durante la partecipazione ad un rito di Cresima è stata illuminata ed ha compreso che la fede era parte della sua vita e che desiderava abbracciarla senza riserve chiedendoci di accompagnarla al Battesimo. L’intera Comunità Capi ha seguito il suo percorso di catecumenato, insieme a Lucia e Valeria, che sono state le sue catechiste.

Cecilia ha deciso di aggiungere il nome Chiara al suo nome nel Battesimo cristiano poiché è una Santa che ha per gli scout un grande significato, incarnando insieme a San Francesco, protettore dei nostri piccoli scout lupetti, gli ideali di semplicità e carità.

Attendiamo con gioia la Pasqua per concludere questo cammino di Cecilia, ma soprattutto per iniziare il nuovo cammino di Cecilia Chiara nella Chiesa!

Giovedì 18 febbraio: distribuzione alimentare in parrocchia

 

Un GRAZIE di cuore a coloro che hanno potuto contribuire a realizzare questa prova di generosità da parte della comunità parrocchiale e  delle “ragazze” del Centro Caritas parrocchiale.

Mercoledì 17 febbraio: inizio di Quaresima

È iniziata la quaresima. Molti di noi hanno partecipato alle sante Messe del mercoledì delle ceneri.
Don Gianfranco ci ha invitato ad entrare nello spirito del deserto, riconoscendo che in questo lungo anno forse dal deserto non siamo mai usciti. La pandemia ci ha limitato in tante forme, specialmente quelle legate agli affetti e al divertimento, ma soprattutto ha messo tante famiglie di fronte al rischio povertà.
È nuovamente quaresima: cammino pensato per giungere alla Pasqua di speranza e di liberazione attraverso un momento di ripensamento e di riconversione.
Tre strumenti ci guidano in questo cammino: il digiuno, la preghiera e l’elemosina.
Il digiuno o privazione può essere spirituale o materiale. Privarsi di qualcosa o impegnarsi a fare qualcosa di più.
La preghiera è lo strumento principe. Nella preghiera importante è la costanza. Anche breve, ma tutti i giorni. In questo periodo in particolare ci si può impegnare per esempio a leggere il Vangelo ogni giorno.
Le forme di elemosina sono molteplici. Legate alle nostre singole situazioni, specialmente in questo momento. Se abbiamo delle sicurezze economiche non dimentichiamoci di chi in questo momento ha di meno.
L’obiettivo è ritrovare la via della speranza nel nostro cammino verso la felicità. Verso la resurrezione.

Ritiro di quaresima in parrocchia sulla base dell'incontro proposto ai sacerdoti di Roma dal Cardinal Vicario: sulle orme di Mosè

14 febbraio: ci ha lasciato Ludovico.... da parecchi anni volontario in sacrestia

Ludovico ha frequentato sempre la nostra comunità ma ha cominciato a lavorare nel servizio volontario dell’accoglienza in sacrestia quasi per caso.

Sei anni fa, mentre era in atto la realizzazione del presepe permanente mi ha avvicinato per chiedermi qualcosa circa la costruzione del cielo che doveva sovrastare il presepe. Era la parte del presepe che lo attirava di più tra tanti scenari e paesaggi da realizzare.  Lui ne sapeva più di noi di cielo. Amava guardarlo e conosceva le costellazioni. Così è venuto naturale un suo coinvolgimento che non ha subito da allora interruzioni.

Lo vedo ancora seduto nelle ultime panche di una chiesa vuota, la mattina dei giorni feriali, quando eravamo tutti noi della sacrestia assorti intorno al magazzino abbandonato e polveroso dove sarebbe sorto il presepe. Aveva davanti un tavolino da lavoro pieno di mille fibre ottiche e accanto uno schema con la ricostruzione delle costellazioni presenti nel mese della nascita di Gesù e si applicava con una precisione e una meticolosità che a volte ci innervosiva, perché noi altri andavamo a cento e volevamo che il lavoro scorresse veloce. Per realizzare il cielo bisognava fare dei piccolissimi fori in un enorme lastra di compensato ricurvo, distanti tra loro in scala come riportava lo schema e inserire piccolissimi alloggiamenti dove infilare fibre dello spessore di un capello e fermarle con una goccia di colla. Ricordo che non ha voluto utilizzare il trapano della parrocchia e si è portato il suo da casa perché lo riteneva più preciso.

Mi ricordo un nostro battibecco perché aveva inserito le fibre in una tavola che non era stata ancora dipinta di blu e il lavoro si era rallentato perché la pittura si è dovuta fare con un pennello da ritocco per non coprire la luce delle stelle. Con lui spesso ci siamo confrontati su modi diversi di concepire il lavoro.

Poi eravamo sempre io e lui che tornavamo a casa, nella stessa direzione, da amici, tra una barzelletta e una risata e facevo tanta fatica a stargli dietro perché a ogni mio passo lui ne faceva tre: aveva un passo da bersagliere.

Poi è iniziato il servizio dell’accoglienza che ha svolto con grande dedizione: mi faceva impressione che mentre era con i nipoti ad Anzio, quando era il suo giorno di turno prendeva il treno prima delle 7 per arrivare in tempo in parrocchia e tornare al mare subito dopo il servizio.

Abbiamo perso un amico prezioso che non dimenticheremo. Ciao Ludovico.

11 febbraio Festa della Madonna di Lourdes

Ore 18 S. Messa preceduta da un rosario speciale per tutti i malati. Nella Messa abbiamo ricordato Maria da sempre pregata e invocata per allontanare il flagello delle malattie che hanno funestato tutti i popoli.
A Roma ancora oggi alcuni luoghi sono meta di pellegrinaggio e segno di pericoli e di epidemie gravi ora scampate: la Madonna del Divino Amore, S. M. Maggiore, la Madonna della Fiducia.
Il Signore ci ha donato un medico celeste, suo Figlio e una medicina potente: l’Ave Maria, una preghiera semplice che possiamo recitare nei momenti di gioia come in quelli più dolorosi.
Abbiamo ascoltato anche il brano a fianco tratto dalla lettera scritta da S. Bernadette

Una Signora mi ha parlato

La testimonianza di Bernadette Soubirous

Un giorno, recatami sulla riva del  fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d’oro, che era dello stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la  mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce, anch’io, pur con mano tremante, mi sforzai e finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario, senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il rosario, la visione subito scomparve.
Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no; anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non farne parola. Allora anch’esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo, ma io mi rifiutai.

Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata.

Quella Signora mi parlò soltanto la terza  volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò cominciai a scavare e finalmente potei attingere un po’ d’acqua; la buttai via per tre volte, alla quarta invece potei  berla. La visione allora scomparve ed io me ne tornai verso casa.

Per  quindici  giorni però  ritornai colà e  la Signora mi apparve tutti i giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i  sacerdoti che facessero costruire là una cappella, di andare a lavarmi alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate ed alzando gli occhi al cielo, mi disse di essere l’Immacolata Concezione.

Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno; cosa che io ho fedelmente  osservato fino ad oggi.

Messaggio di Papa Francesco

per la XXIX giornata del malato

febbraio

In prossimità dell’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, un pensiero particolare va a tutti i malati. Non che il loro ricordo non accompagni sempre i nostri pensieri e le nostre preghiere. Dall’inizio della pandemia ogni giorno la prima posta del rosario è dedicata proprio a loro. A loro come insieme di tante persone malate, ma anche a ogni singolo malato e in particolare a quelli che conosciamo, facenti parte della nostra comunità… tanti nomi… sono proprio tanti. Per qualcuno questo periodo è stato più che altro l’isolamento, la quarantena, le precauzioni, la paura di contagiare i più fragili. Per altri è stato – o lo è ancora – periodo di ricovero in ospedale, problemi respiratori gravi, paura. Per tutti la solitudine. E il comprendere fino in fondo quanto sia importante una stretta di mano, un abbraccio, una carezza: questo è quello che  è mancato di più.

Così segue qualche piccola testimonianza che volentieri condividiamo…

 
 

Tempo di Covid e riflessioni: una semplice esperienza

Torno a casa la sera, dopo una intera giornata di lavoro; mi sento strana, ho molto freddo nonostante sia coperta adeguatamente. Un sospetto mi assale: e se mi fossi presa il Covid?”.

Ho paura.

È quasi un anno che non si parla d’altro in maniera diretta o indiretta. Cosa mi succederà? A chi lo avrò trasmesso?

Controllo la temperatura e scopro di avere 38. Ecco, adesso ne sono quasi sicura perché sono anni che non mi ammalo.

In maniera precauzionale, senza averne avuto alcuna conferma, dopo aver parlato con mio marito e mia figlia, mi metto in isolamento.

Mi chiudo in camera da letto e questa sarà la mia casa per 32 giorni.

Dopo 3 giorni faccio il primo tampone, come immaginavo positivo.

Inutile scrivere un diario di quei giorni, le fatiche, le frustrazioni, tutto ciò che avrei voluto fare in modo diverso, le precauzioni che abbiamo adottato per far sì che non si ammalasse nessun altro in famiglia, la consapevolezza di essere “fortunata” perché sono potuta rimanere nella mia casa senza dover ricorrere ad un ricovero, la gioia di non aver contagiato nessuno.

Vi racconterò invece lo scorrere dei miei pensieri di quei giorni.

Questa malattia spesso confonde la mente (a me è successo) e ti impedisce di seguire un filo logico; posso dire che erano piuttosto frammenti di pensieri che però alla fine avevano anch’essi un senso.

Il riposo forzato e la solitudine mi hanno posta in una dimensione nuova. Sono da sempre una persona molto attiva, ho una famiglia (marito e due figlie) con le fatiche e le problematiche che le sono proprie, il lavoro mi porta tutto il giorno fuori casa e aggiungerei a questo anche le attività che, con estrema convinzione, svolgo come volontaria durante la settimana (e che mi riempiono di felicità).

  • Prima cosa ho fatto una lista di ciò che non sarei riuscita a seguire personalmente, sia in famiglia che a lavoro, imparando l’arte della delega a me sconosciuta (soffro un po’ della sindrome del controllo!);
  • Ho riflettuto sull’importanza di trovare un tempo di qualità da condividere con la mia famiglia. Certo a distanza, con la mascherina e la finestra spalancata, ma comunque, trattandosi di pochi minuti ogni volta, indispensabili per attivare un ascolto più attento e profondo;
  • Ho capito quanto sia importante avere persone che si informano della tua salute, sentire l’affetto di chi ti pensa, anche a distanza;
  • Di conseguenza ho telefonato, e quando mi era impossibile parlare, ho mandato dei messaggi a persone che il tran tran della mia quotidianità mi avevano portato a “dimenticare”;
  • Ho scoperto mio marito vero cuoco e “infermiere”, che mi ha pazientemente polverizzato le pasticche da ingoiare quando non ero in grado di mangiare o bere e che mi ha accontentata nei miei desideri culinari (anche semplici per via dell’inappetenza);
  • Infine, ma non per questo meno importante, ho vissuto ogni giorno momenti di preghiera personale che mi hanno alleggerito l’anima dalle preoccupazioni, mi hanno consolata e dato fiducia.

Potrei continuare ancora a lungo, e sono abbastanza sicura che mai penserei di aver scritto tutto.

Non vi dirò, come qualche volta ho sentito dire, che questa esperienza aiuta a crescere, che ti arricchisce o che ti fa cambiare. In parte sicuramente è vero, ma resta il fatto che volentieri l’avrei evitata. È innegabile, però, che mi abbia obbligata a rallentare, a sentirmi meno importante e a valorizzare chi mi è accanto.

Oggi sto bene, la mia vita in alcune settimane è ricominciata con i ritmi quasi di una volta. Rimane quel quasi a fare la differenza, la bella differenza che cercherò di non perdere.

Annamaria

Gratitudine

Ci sono tante cose che si potrebbero raccontare di questa strana malattia che da un anno affligge il mondo, ma mi sento in obbligo di soffermarmi su tutti quegli eroi silenziosi che si prendono cura degli altri per alleviare il loro “dolore”. E non sto parlando solo dei medici e degli infermieri (per loro dovrebbe valere l’acclamazione “Santi subito!”), sto parlando di tutte quelle persone che hanno reso il mio isolamento meno faticoso. Degli Amici, delle persone che si sono rivelate essere un’ulteriore espressione dell’amore di Dio sulla Terra. Ho una lista lunghissima, che serberò nel mio cuore per sempre, di tutte le persone, i pranzi cucinati, le preghiere, le telefonate, i messaggi che hanno allietato il tempo della mia, per fortuna breve, malattia. Ci sono stati molti momenti in cui ho sentito tangibile la vicinanza di ciascuno di loro, la loro partecipazione alle mie preoccupazioni e ho capito che Dio non ci lascia soli mai ad affrontare le tempeste della vita, ma che noi dobbiamo fidarci di Lui e cogliere la bellezza e la diversità dei modi in cui si prende cura di noi. E la gratitudine segue immensa e cura tutto.

Francesca

 

Ospedale

Stavo male già da diversi giorni, eppure non volevo “crederci” e poi, grazie alle insistenze dei miei familiari e alle conoscenze di alcuni amici, sono stato ricoverato in ospedale. E lì ho saputo che ero in condizioni piuttosto critiche, con i polmoni in gran parte compromessi dall’azione del virus.

Respiravo con difficoltà, ero prostrato e confuso. Non avevo idea di come si sarebbe potuta evolvere la malattia. Non era tanto la morte a farmi paura, forse un poco, certo, ma mi inquietava l’eventualità di dover essere messo in terapia intensiva, sedato e intubato.

La prima notte, non potendo dormire a causa delle medicine che mi somministravano e del casco occlusivo ed estremamente rumoroso che indossavo, cercavo di pregare.

Dapprima era solo una recita meccanica di preghiere conosciute e tante volte ripetute e con l’implicita richiesta che la malattia si risolvesse al più presto. Poi mi si sono posto la domanda se questa esperienza e le sue conseguenze, qualunque esse fossero, facessero parte del progetto di Dio su di me. La questione era se accettavo che questa malattia, che poteva portarmi anche alla morte, fosse per il mio bene. E, ad un certo momento, ho deciso di abbandonarmi completamente alla Sua volontà, ovunque mi dovesse condurre.

Presto ho percepito il cambiamento. Ero sereno, tranquillo, accettavo la situazione senza riserve. I dolori, i disagi e le incognite rimanevano, ma non avevo timore, non mi lamentavo. Nel frattempo ricevevo tantissime testimonianze di affetto e condivisione da parte di amici che mi conoscevano, ma anche di sconosciuti, amici degli amici. Tutti pregavano per me. Ero sorpreso, in un primo tempo anche un po’ imbarazzato, data la mia natura tendenzialmente riservata, che tanti si preoccupassero per me, con tutti i problemi che sicuramente avevano. Ma tutto questo ha rafforzato in me il convincimento che Dio si rivela presente e vicino proprio quando sei in difficoltà. Già prima di essere dimesso mi sono reso conto che questa esperienza, piuttosto che deprimermi, mi ha arricchito molto sotto diversi punti di vista. Ed ora non posso che ringraziare Dio per ciò che mi ha dato da vivere.

Piergiorgio

La mia finestra

Abito al primo piano di questi grandi palazzi senza garage. Negli anni cinquanta le macchine non mangiavano i marciapiedi. Quando mi sono presa il Covid ho rivalutato le finestre che danno sulla strada e attraverso le quali sono passate borse della spesa, spazzatura e medicine. Ho iniziato la mia quarantena nella seconda ondata, finito lo stupore, le canzoni, l’eroicità di medici e infermieri, la solidarietà della prima emergenza. Sono stata chiusa nella mia stanza alcune settimane, con metà della famiglia positiva e l’altra no. “Mamma, come va la saturazione?”, non ti preoccupare, solo mal di testa e confusione. E fuori? Per espletare le necessarie procedure dei tamponi in lontane periferie, con code inimmaginabili, per appuntamenti scaglionati e reiterati per ciascuno di noi famigliari, dovevamo correre a testa bassa, veloci a prendere la macchina e parcheggiarla per rintanarci in camera. Ho sentito su di me sguardi severi: “cosa esci, a fare l’untore?”. E mi hanno raggiunto mani compassionevoli: con sporte cariche di tanti gomitoli colorati per consolarmi nella lunga attesa. 

Alberta

Considerazioni, non troppo tragiche su di un lockdown "privato

Ma le gambe, ma le gambe… ritornello di una vecchia canzonetta divertente e maliziosa. Ma certe volte le gambe sono molto meno spiritose e ti costringono, obtorto collo, a non uscire di casa. Arresti domiciliari! È  quello che è  capitato alla relatrice di questa breve considerazione. Da fine dicembre a fine gennaio il tempo birbone ha deciso di sfoggiare la sua veste peggiore, freddo, umidità,  pioggia quanta ne vuoi. Risultato devi stare a casa perché traballi e rischi uno scivolone non molto gradito (e non è colpa del lockdown, del rosso o arancione pandemico). Innanzitutto organizziamoci: la S. Messa non si può perdere, perciò ore 7.00 Messa su TV 2000 , colazione e via ai lavori casalinghi che si trascurano quando si esce.

Salterio e rosario. Pranzo e un po’ di lettura. Per fortuna la nostra è  una Comunità  vivace e, ringraziando il Signore, dopo alcuni giorni squilla il telefono e sei sommersa dalle telefonate o Whatsapp di tante persone che, non vedendoti  in Chiesa, vogliono sapere, che fine hai fatto? Cari lettori posso dirvi che tante volte fa piacere doversi assentare perché  ti accorgi che tante persone che normalmente ti “filano” poco, si preoccupano della tua assenza e, sinceramente la cosa ti riscalda il cuore e ti fa apprezzare il tuo “paesello” di Gesù  Bambino.

Grazie Sig Parroco e Sig. Sacerdoti e cari membri comunitari. E’  bello far parte della nostra Comunità.  Comunque sono contenta quando il tempo migliora e posso tornare a circolare

 Luisa la Carrellata

2 febbraio: La "Candelora"

Festa della Presentazione di Gesù al Tempio: distribuite tante candeline, tante fiammelle tra i banchi a sottolineare la luce della nostra fede. Una festa che evidenzia l’aspetto rituale sacro della nostra vita. Da sempre la fede si è circondata di riti, più o meno complessi, ma che sempre ruotano intorno ai simboli di valori profondi che vogliamo esprimere e trasmettere a tutti: le emozioni e i sentimenti del nostro animo che si rispecchiano nelle nostre sacre liturgie.

Nelle letture di oggi e in particolare nel Vangelo è presente un compendio dei misteri che ogni giorno meditiamo nel rosario: la gioia di una mamma e di un papà che portano al Tempio il loro Bambino per presentarlo a Dio, la luce “per illuminare le genti”, la gloria “del tuo popolo Israele”e infine anche il dolore perchè “una spada ti trafiggerà l’anima”. 

E come quei genitori offrono Dio quel Bambino, il primogenito, noi offriamo nel rito dell’offertorio il pane e il vino, simboli dei beni essenziali del nostro nutrimento e col pane e il vino offriamo ciò che abbiamo di più prezioso, come fosse un “primogenito”, la nostra stessa vita.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

28 gennaio: A proposito di carità

Oggi sorpresa in parrocchia

Suona Fabrizio, nostro parrocchiano (corso fidanzati e matrimonio con Rosanna, pochi anni fa, in un posto bellissimo!!): << scendi ti ho portato dei pacchi per i poveri e ti devo presentare una persona>>. Rispondo:<< Fabrizio lasciali lì sul tavolo dell’ingresso, che sono a corto con il tempo e alle undici ho un funerale>>. <<Vabbè, dice lui!>>. Poi ci ripenso, mi sembrava davvero scortese. Scendo giù. Mai avrei pensato di vedere Flavio Insinna, scaricare i pacchi dalla sua macchina nell’ingresso della nostra parrocchia. Fabrizio lavora nel suo programma. Insinna, che ha subito accettato di farsi fotografare e che la foto venga postata sui nostri canali web, collabora con la cooperativa sociale “La Fattoria dei Sogni”, che opera nel progetto di impiego dei beni confiscati alla camorra, per creare posti lavoro e solidarietà sociale. Grazie Flavio, una sorpresa, che ci ha fatto sorridere, in una mattinata piena, come al solito, di cose da fare.

7 gennaio: Trigesimo del ritorno di Don Vito alla Casa del Padre

Signore eccoci qui oggi, nel trigesimo della nascita al Cielo di don Vito, a pregarti e ringraziarti per lui, per averci dato la possibilità di conoscerlo. Lui è stato un tuo strumento in questa comunità, uno strumento silenzioso, paziente, direi quasi nascosto che dal confessionale e dalla messa domenicale delle 8.30 ha toccato la vita di tanti e per alcuni l ha cambiata, sicuramente l’ha fatto con la mia. In questi giorni mi ha reso molto felice scoprire che per tanti parrocchiani era una persona importante: un amico, un confessore, un padre spirituale,…per me era tutto questo e se possibile anche di più. Lui è stato una roccia sicura in ogni momento brutto o bello della mia vita, la sua porta era sempre aperta per ascoltarmi, guidarmi, correggermi e aiutarmi. È stato un punto di riferimento, un faro, per tutti i momenti importanti della mia vita: dalla scelta dell’università, al matrimonio, alle grandi gioie della nascita dei bimbi,…ma anche per le piccole e grandi gioie e dolori della vita quotidiana. Le confessioni nel suo studio, qui in chiesa e le chiacchierate sotto i portici dell’UPS le porterò sempre nel mio cuore. Ha sempre seguito me e Daniele anche come coppia e ci ha guidato nel tempo del fidanzamento e anche dopo il matrimonio. Sono grata di aver potuto preparare, curare e celebrare con lui giornate di Grazia della mia famiglia: il rito del fidanzamento, il nostro matrimonio e i battesimi dei nostri bimbi. Il suo regalo per il nostro matrimonio è stata una Bibbia, quella Bibbia che abbiamo portato nella processione offertoriale proprio in quel giorno. D’allora l’abbiamo posizionata sul comò del nostro salotto sempre aperta sul passo del Vangelo del nostro matrimonio. Già La sua partenza da Roma, qualche anno fa, era stata un dolore per noi ma adesso il dolore è enorme e La sua mancanza è forte, è grande! Sapere di non poterlo più sentire, di non poterci più parlare, di non poterci più confrontare con lui mi fa soffrire molto, ma so che anche dal Paradiso ci sarà vicino e continuerà a pregare per tutti noi, per la nostra comunità e in modo speciale per tutti i giovani. Io posso solo ringraziarlo di tutti gli anni passati insieme per tutto quello che ha fatto ed è stato per me e per la mia famiglia, per avermi aiutato ad essere la donna che sono oggi e ringrazio ancora Dio per avermi concesso questa Grazia, per avermi messo sulla sua strada e avermi regalato questo dono immenso e soprattutto per avermi fatto sperimentare attraverso lui il Suo perdono e l’accoglienza incondizionata. 

Spero di riuscire a continuare a mettere a frutto ciò che mi ha insegnato e ciò che attraverso la sua vita ho capito e sperimentato.
Ti voglio tanto bene donVi! Grazie di tutto! 

Dicembre: cento fiori e dieci fioretti

Sì cento fiori. Perché non ostante questo inverno che più piovoso non si può, non ostante il lockdown, i negozi chiusi, i giardini con pochi bambini e le sirene delle ambulanze, la nostra Parrocchia è sempre in procinto di veder sbocciare la primavera! Almeno così suggeriscono le rose, i ciclamini, le viole e violette, qualche primula e garofanino….

E poi è cominciata la novena di Natale, nove giorni, nei quali ci siamo trovati dopo la Messa della sera a leggere qualche preghiera, intervallata da qualche canto, ad ascoltare la lettura di un piccolo brano della Scrittura e di nove piccole meditazioni che avevano al centro i “personaggi” del presepe: i pastori, San Giuseppe, la Madonna, la stella, il bue, l’asinello…. Tutto ciò aveva la sua conclusione  in un “fioretto”. I lettori erano sempre tre, due per le meditazioni e uno per le acclamazioni e un “fiammiferaio” che doveva a tempo debito accendere la candela davanti al leggio. Era il compito più difficile, perché il Don, dall’alto di quel leggio, scrutava con attenzione e severità che la candela fosse accesa correttamente e che, soprattutto, dopo la sua accensione lo stoppino con cui si provvedeva a passare la fiamma dalla lampada davanti al tabernacolo alla candelina fosse spento adeguatamente: bagnato nell’acqua di un sottovaso o sfregato nella terra…. E se un sottile, impercettibile fil di fumo si fosse librato in aria, scendeva dal suo pulpito scuotendo la testa per rimproverare l’incauto fiammiferaio e provvedeva lui al da farsi! Lui, sì, sapeva spegnere bene lo stoppino!

Il nostro Don ci sguazza se deve metterci in qualche difficoltà – sempre che, secondo lui, essa serva per il nostro bene spirituale – e si diverte davvero a farsi venire qualche idea originale. Così il fatidico “fioretto” doveva quasi essere una logica conseguenza dei tratti del personaggio al centro della meditazione di quella sera. Telefonate a parenti un po’ sgraditi; preghiere per persone un po’ antipatiche; buone azioni compiute per pura carità, senza altro fine che di fare del bene; elencare per iscritto i momenti di “stupore”, che sono rimasti come pietre miliari nella nostra vita…. Beh alcuni fioretti hanno creato non poche perplessità. Dopo aver congedato i presenti tra qualche risatina più o meno nascosta, il Don fingeva di non accorgersi che sotto il portico, all’uscita, non erano poche le persone che si chiedevano cosa in realtà avrebbero dovuto fare. Boh! Già si vedevano chini su un foglio di carta bianca, penna in mano, a cercare nella memoria quello “stupore” o quegli atti di pura carità! Più facili da capire ma non da attuare la telefonata scomoda o le preghiere per gli antipatici… Ma il massimo della facilità è stata la sera in cui il compito era di accendere una candela davanti al presepio che ci avrebbe accompagnato tutta la giornata successiva con il ricordo di una presenza di fede davanti alla natività, anche perché il “personaggio” da meditare  era la stella e lì finalmente l’attinenza personaggio/fioretto appariva chiara:  luce della candela e  stella! mentre  le altre accoppiate rimanevano un po’ fumose!

Così a furia di fioretti siamo arrivati all’ultimo giorno in cui, UAU! Il fioretto era lasciato alla libera scelta di ognuno.

Ma, direte, nel titolo ho parlato di dieci fioretti , mentre la novena è composta da nove giorni! Eh sì perché una volta preso il via è difficile frenare la fantasia!

Vigilia dell’Epifania: gliene viene un’altra in mente! Eccolo il decimo fioretto! Siamo in procinto di smontare i nostri presepi, più o meno grandi, più o meno ricchi, più o meno illuminati.E allora abbiamo lì bello e pronto il decimo fioretto che ci aspetta:  smontiamo dal tavolo o credenza su cui è posto il nostro presepe- i pastori, il falegname, i re magi, il boscaiolo e le pecorelle – e lo “rimonteremo” nel nostro cuore mettendo al posto di quei personaggi di ceramica o di plastica le persone reali che abbiamo sentito vicino in questo periodo o che abbiamo sentito per telefono o che non abbiamo visto e avremmo voluto poterlo fare o che non avremmo voluto vedere e invece…. Tutto questo, secondo lui, sempre col solito foglio bianco e la penna in mano!

Beh, al momento ho pensato: faccio presto. Questo è stato un Natale di semi solitudine! E invece smontando il mio presepe mi accorgo che sono tante le persone che, incontrate o no, mi sono state vicine in questo Natale. In particolare in questo

smontaggio/montaggio porto con me tre persone speciali. Perché in questo periodo tra tante cose brutte che si sentono raccontare, ho cercato di guardarmi intorno meglio e mi sono capitati degli episodi “belli” di persone sconosciute che mi hanno dato il senso di quanto bene ci sia nelle piccole cose che avvengono intorno a noi.

Un mesetto fa facevo la fila fuori dall’ufficio postale… eravamo 6/7 in fila fuori e altrettanti dentro… a un certo punto è uscito un vecchietto, diceva di sentirsi male… si è rivolto a un ragazzo che stava dietro me in fila chiedendogli di chiamare un’ambulanza. Quello l’ha fatto subito e ha riferito al telefono le informazioni che gli chiedevano. Non mi sembrava che il vecchietto stesse poi tanto male. È arrivato il mio turno e sono entrata alle poste. Il ragazzo ha fatto sedere il vecchietto su una sedia del bar, gli ha chiesto se voleva bere, gli ha detto che avrebbe aspettato con lui l’ambulanza. La fila c’era anche dentro soprattutto perché funzionava un solo sportello. Dopo un quarto d’ora è arrivata l’ambulanza. Ho visto dal vetro che il ragazzo dopo che hanno caricato il vecchietto si è messo in coda… ultimo della fila anche lunga! Ho preso un numero per lui e quando ho finito glielo ho portato spiegando a tutti che era da più di mezzora che quel ragazzo era lì e che doveva passare avanti. Mi ha enormemente ringraziato. Era un ragazzo come tanti altri ma me lo ricorderò!

Qualche giorno dopo mi è capitato un altro incontro bello…. Entravo in chiesa con Bruno e ci siamo attardati a sanificarci le mani. Un ragazzo… forse visto in giro qualche volta.. stava lì a tenerci la porta aperta… entra Bruno, lui aspetta ancora.. lo guardo forse con uno sguardo interrogativo e lui pensa forse che deve giustificare la sua presenza in chiesa in un giorno qualunque. Mi spiega che era passato perché aveva trovato dei soldi nei giardini e quindi l’aveva portati in chiesa. Aveva 12/13 anni!

E proprio ora mi ha mandato un messaggino una coppia con bambino che abita sopra a me chiedendo se eravamo stati noi a lasciare fuori della loro porta un regalino per il bambino da parte della befana. No. Non siamo stati noi! Boh! Un regalino della befana senza mittente!

Mi verrebbe voglia di citare anche l’incontro di una conoscente, una persona bella della parrocchia. Le ho chiesto “Come stai?” Risposta: “Bene, molto bene!” Con lo sguardo luminoso di chi ha Dio nel cuore.

Persone belle che avranno un posto speciale nel presepe del mio cuore. Dovrò trovare il posto per persone meno belle…. Ma questa è un’altra storia! Ci vorrà l’undicesimo fioretto!