Le lettere del Parroco

Cari amici,

anche quest’anno, purtroppo, non sarà possibile la visita delle famiglie per le consuete benedizioni delle case in occasione della Quaresima e della Pasqua. Passare di porta in porta, suonare ai campanelli, entrare e uscire dalle vostre abitazioni è quanto mai impensabile, quasi mi sembrerebbe di mancare di rispetto noi confronti di voi tutti. Sono tre anni ormai che questa bella attività è impedita dalla pandemia, che ci ha colpiti, e certo questa interruzione ha impoverito i nostri rapporti.

     Per me, bussare alla porta delle vostre case, incontrarci là dove vivete quotidianamente, scambiare i saluti, conoscerci e riconoscerci con le tante, uniche, storie di vita, anche se molto faticoso, rappresenta un dono bellissimo. All’inizio, prima di partire, sempre mi sento in ansia per la mole delle visite da fare (ogni anno, ciascuno di noi sacerdoti, in genere suona a milleduecento campanelli e viene accolto in circa la metà delle abitazioni contattate, poi ci sono i negozi), ma lungo il cammino, anche se riceviamo qualche porta in faccia e anche qualche “benedizione al contrario” da dietro la porta, la gioia dell’incontro con voi è veramente tanta e sempre in crescendo, tanto che alla fine, dopo quasi tre mesi di uscite, veramente ti senti un’altra persona, perché hai incontrato tanta gente, visto tanti volti, raccolto tanti sorrisi e tante sofferenze. Tutto questo lo porti nel cuore di prete e trasforma la tua preghiera quotidiana e quando dici la messa, il pane e il vino che offri sull’altare sono un tutt’uno con le persone che hai incontrato. Offri a Dio il cibo quotidiano degli uomini e con esso gli uomini stessi, persone concrete con la loro storia quotidiana, di gioia e sofferenza. Alla fine, dal cuore, cuore ansioso, meschino, ingordo, rattrappito, senti che sgorga un grande grazie e con esso la gioia della gratitudine per avere ricevuto da voi e da Dio tanta ricchezza.

     È da quando ero bambino che vivo l’esperienza delle benedizioni. In città avvengono in mezzo alla confusione, alla solitudine, all’anonimato e all’indifferenza proprie dei grandi agglomerati urbani, nei paesi come il mio, in Umbria, le benedizioni delle case sono ancora un evento cosmico per il quale la vita si ferma. Le campane smettono di suonare per tutta la quaresima, i giovincelli vanno in giro due volte al giorno con un affare, da noi chiamato batreccola, per dare il segnale orario; le famiglie aspettano il prete con la porta aperta e le uova sul tavolo e il prete arriva con un nugolo di ragazzini muniti di santini, cesta per le uova, acqua santa e così via.

     Tanti sono gli episodi curiosi, che ho vissuto durante le benedizioni, che si potrebbe davvero scrivere un libro. Una volta una signora, dopo esserci salutati all’ingresso di casa, mi dice:<< padre venga, andiamo di là, che c’è pure mio marito>>. Lungo il corridoio già salutavo con “salute a voi!”, salvo poi scoprire che il povero marito era sul como’, nell’urna cineraria. Un’altra volta mi accolgono in casa due persone anziane che mi invitano in sala da pranzo e chiamano i bambini, due gemelli di otto, nove anni ed io che nel complimentarmi con i nonni di due nipotini così belli, mi sento dire: <<padre, siamo i genitori!>>.

     Cari amici, se la pandemia ci ha privato di un po’ di leggerezza, tuttavia dobbiamo guardare avanti con fiducia, perché l’uomo cammina guardando avanti, mai all’indietro come i gamberi. Il passato è dentro di noi, ma se rimani ancorato ad esso, prima o poi vai a sbattere da qualche parte.

     È vero, ci siamo incontrati di meno, ciò nonostante il legame che ci stringe è sempre forte. La memoria delle cose belle e delle sofferenze condivise anima sempre la mia preghiera, che non ho mai smesso di offrire al Signore per tutti voi. Allora, se neanche quest’anno possiamo incontrarci a casa vostra, incontriamoci nella preghiera. Ogni giorno prego il santo Rosario per tutti voi e vi ricordo nella santa Messa. Voi, come direbbe papa Francesco, “pregate per me!” E poi, fate una preghiera dentro casa vostra, da soli, insieme a tutta la famiglia, mano nella mano, con i vostri figli. Sia la preghiera condivisa dentro le mura domestiche a rinnovare la fiducia, rinnovare la speranza, riportare la pace laddove c’è stata una lite, ispirare il perdono dove c’è stata un’offesa, seminare di nuovo il desiderio di amarsi e donarsi l’un l’altro, coniugi, genitori, figli, nonni, nipoti, fratelli e sorelle. Vi saluto con le parole di papa Francesco: “mai far passare un giorno, senza la sera aver fatto pace, perché la guerra fredda del giorno dopo è peggio della guerra calda del giorno del conflitto!”.

     Assicuro ancora a tutti voi la mia preghiera e invoco su di voi la benedizione di Dio. Non vi dimenticate di pregare per me. Buona Pasqua, don Gianfranco

Cari amici,

l’anno liturgico è nella sua ultima settimana. Domenica prossima termina con la festa di Cristo Re e Signore dell’Universo e domenica 28 novembre sarà la prima domenica di Avvento. Per un credente, questo passaggio ha un significato importante, perché inizia quel cammino dello spirito, che ci condurrà a rinnovare la spiritualità dell’attesa. Noi cristiani viviamo la vita come un cammino, un pellegrinaggio, dove emerge la bellezza di non essere attaccati a qualcosa di troppo terreno, che impedisca di essere liberi. La libertà dello spirito è un grande dono e una grande virtù, perché da essa dipende la felicità del vivere, ma a sua volta anch’essa dipende da qualcosa e cioè dalla meta verso cui si cammina. I soliti profeti di sventura, le “cornacchie”, stanno sempre lì ad annunciare catastrofi, sciagure. Per gli uomini dallo spirito debole, sono come un virus mortale, che alimenta il pessimismo, la tristezza e la disperazione. Per i profeti di sventura l’uomo e il mondo camminano verso le tenebre.

     Ben diversa la prospettiva cristiana, che annuncia il fulgore della luce, che irrompe a squarciare le tenebre, come nella notte di Betlemme e porta lo spirito ad alzare lo sguardo, verso un futuro dove scorge, non qualcosa, ma qualcuno che ci viene incontro. Colui che è venuto nella carne umana, verrà ancora a dare compimento a tutte le nostre speranze e attese. L’annuncio cristiano del Natale è un grande annuncio di speranza. Lo è sempre stato e sempre lo sarà, perché Cristo Gesù, che nasce uomo, che è morto ed è risorto per l’uomo, è venuto e verrà perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Dunque camminiamo, con fiducia, verso una pienezza di vita e non verso la distruzione. Mettiamo a tacere una volta per tutte le cornacchie di turno.

     In questo contesto di speranza, si inserisce l’apertura del Sinodo della Chiesa universale, voluto da papa Francesco, indetto a partire da settembre scorso e che si concluderà nel 2025, con l’anno giubilare. Un evento decisivo, che ovviamente i cristiani non hanno neanche percepito. Se oggi si chiedesse ai presenti, durante una messa domenicale cosa sanno del sinodo, i più direbbero che non ne hanno mai sentito parlare. Ugualmente se si chiedessero spiegazioni su Evangelii Gaudium, o Amoris Laetitia, o Gaudete et Exultate, o Fratelli Tutti. Forse qualcuno alzerebbe la mano se si domandasse qualcosa a proposito di Laudato si!, ma finendo col dire che sono le parole di san Francesco, che loda l’acqua e il fuoco. Ebbene, queste espressioni appena menzionate, sono i titoli dei documenti del magistero pontificio. Una volta esistevano le scuole magistrali, dove si andava per diventare maestri e maestre delle scuole elementari. Magistero pontificio dice l’insegnamento del papa. Ora il papa insegna ogni volta che predica, che tiene catechesi o discorsi al popolo di Dio, o quando incontra realtà associative ecclesiali e non, ma quando desidera che un insegnamento venga tenuto in particolare conto lo mette per iscritto, scrivendo ad esempio delle lettere di esortazione apostolica, come lo sono le prime tre sopra citate, o ancora più fortemente, delle encicliche, come le ultime due. Nei suoi discorsi, nei suoi documenti attingiamo il suo insegnamento, che per noi cristiani rappresenta il tracciato lungo il quale vivere la fede e maturare una testimonianza. Nel magistero di papa Francesco sono tante le parole che si ripetono ed echeggiano qui e là, alcune sono sue proprie, (e a trovarle è veramente bravo), altre le prende dal passato, ma sa usarle con una forza particolare. Sanno fare questo solo i grandi. Ad esempio, se nuovamente domandassi quale sono state le parole più famose di San Giovanni XXIII, facilmente si ricorderà quando, affacciandosi, fuori programma, alla finestra del palazzo apostolico, di notte, in prossimità delle feste di Natale, invitò i presenti, al ritorno nelle proprie case a dare una carezza ai loro bambini, dicendo loro che era la carezza del papa. Se chiedessimo la stessa cosa su papa San Giovanni Paolo II, molti direbbero “non abbiate timore di aprire le porte a Cristo, aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”, parole che pronunciò il giorno della apertura ufficiale del suo pontificato, appena eletto papa. Lui poi, era anche il papa dei gesti profetici e tutti lo ricordiamo mentre allarga il mantello per acchiappare due o tre bambini, che gli si erano fatti vicino oltremodo. In quel gesto vedemmo non solo la vicinanza di Dio agli uomini e ai piccoli, ma anche l’umanità di un uomo, che è rimasto uomo fino alla fine, senza lasciare che quella umanità bellissima, venisse assorbita del suo ruolo enormemente impegnativo.

 Che diremmo allora di papa Francesco? Beh, diciamo subito che ciò che ti arriva del suo insegnamento ha la forma dei tormentoni dell’estate, quei ritornelli di canzoni, che ti entrano in testa come un martelletto e non riesci a liberartene.  La prima è più insistente parola è “poveri”, prendersi cura dei poveri, cristiani e non, perché essi sono gli “ultimi” (così li chiama Gesù e con lui papa Francesco). Tra di essi c’è una tipologia che sta particolarmente a cuore al papa e sono i “migranti”. Ogni occasione è buona per ricordare al mondo che vanno accolti e tante volte, a noi italianai, lui che viene dall’Argentina, ha ricordato che siamo un popolo di migranti. Poveri, ultimi e migranti (mettici pure i rom), vengono chiamati da papa Francesco gli “scarti” umani della società (altra parola ritornello, divenuta un tutt’uno con il papa) e precisamente della società del benessere, che arricchisce pochi e riduce alla fame i molti. Il meccanismo estremamente ingiusto del profitto e della corsa alla ricchezza di chi ha potere in merito, produce due tipi di scarti. Innanzitutto c’è lo scarto umano, vera e propria immondizia di umanità, a cui nessuno pensa e che viene per lo più relegata nelle “periferie” (altra parola simbolo del magistero di Francesco). Gli scarti di umanità, immense masse senza quasi dignità, non vivono nel centro delle città, dove ci son le vetrine, dove gli autobus passano spesso, dove tutto è regolato e ordinato dalla ZTL e dove la nettezza urbana passa tutti i giorni e più volte al giorno, dove l’ordine è fatto rispettare dalla presenza costante di polizia etc.. Ecco allora Evangelii Gaudium, la Lettera di inizio pontificato, dove presenta il suo programma per la Chiesa e i cristiani e dove appunto dice con forza che la Chiesa e i cristiani devono prendersi cura degli ultimi e degli scarti della società del benessere. Accanto allo scarto umano, c’è uno scarto di vera e propria immondizia, i rifiuti materiali e inquinanti, che la società del benessere produce a dismisura, mettendo in serio pericolo  il pianeta, che viene inquinato non solo alla fine del meccanismo dei consumi sfrenati, ma sin dall’inizio, perché quei pochi che accumulano ricchezza, per farlo, avendone il dominio, distruggono la terra, sfruttandola e inquinandola oltremisura e questo processo crea ancora più povertà, perché dove le risorse vengono usate da altri, non c’è pane per chi sulla carta le possiede.  Ecco allora l’enciclica Laudato sì, dove papa Francesco, con parole nuove, fa sua la questione ecologica, inserendola con forza nei compiti della vita cristiana.

     Ora, dice il papa, questi fenomeni distruttivi, stanno cambiando la vita delle persone, con l’aggravio che non si tratta di fenomeni marginali o fenomeni tra gli altri, perché la dimensione che hanno raggiunto, fa sì che (altra espressione made in Francesco), non siamo in un’epoca di forti cambiamenti, ma dentro un “cambiamento epocale”. Qui papa Francesco fa il profeta e afferma che il cambiamento è così vasto, irrefrenabile e veloce che tra qualche decennio, o forse prima, la terra sarà così cambiata che saremo stranieri a casa nostra, cioè la terra che calpestiamo ci apparirà come aliena, non sarà più accogliente, non sarà più casa nostra. Infatti il cambiamento sta avvenendo su scala globale, così come è inevitabile che avvenga nell’era della globalizzazione. Da qualche decennio il mondo è, nel bene e nel male, più “uno”. Le distanze si sono accorciate. Oggi comunichi in tempo reale con tuo fratello, che sta in Giappone per lavoro e mentre ci parli lo vedi allo schermo del tuo pc o cellulare. Spostarsi da un continente ad un altro è più facile. Non parliamo dei mercati. Già da decenni, un’azienda come Ikea, crea uno sgabello semplice, che tutti possono comprare, perché costa solo 9,90 €, anche quelli che oggi sono andati da Ikea solo perché è inverno, fuori fa freddo e fanno una passeggiata tra i reparti giusto per passare il tempo e vedono quello sgabello che costa niente e dicono che nel bagno, o in terrazzo, o in garage può sempre servire e lo comprano anche se non serve subito. Così quella cosa da niente viene venduta in tutto il mondo in milioni di esemplari e milioni di euro di fatturato. O vogliamo parlare di piattaforme di distribuzione (oggi anche di produzione) di programmi come Netflix, accessibili in abbonamento via internet, che in due mesi è capace di fatturare somme da capogiro con una serie che viene venduta in tutto il mondo con un click? Le frontiere esistono solo per dazi doganali e politiche protezionistiche di mercato o demografiche, ma certo non per il commercio e neanche per i virus a quanto pare. Così un marchio italianissimo, dato che qui il lavoro costa tanto (a causa di quelle leggi che tutelano i lavoratori e la loro pensione e che sono un incubo per chi fa impresa, ma una benedizione per i lavoratori), e dato anche che i costi ecologici della produzione qui sono alti, sposta la fabbrica dall’altro lato del mondo, dove le norme per la salvaguardia dell’ambiente non esistono e dove un bambino può tranquillamente lavorare dodici ora al giorno a quattro soldi, senza contributi tanto muore prima che invecchi. Poi quel made in Italy fatto in Indonesia viene riportato in Italia e venduto a quei giovani che non trovano lavoro, perché i centri di produzione sono oltreoceano e dunque non hanno soldi per acquistare, ma solo uno status sociale acquisito molto costoso, che li rende pieni di bisogni altrettanto costosi e che per sposarsi e mettere su famiglia (sempre che questo faccia parte dei loro progetti), devono aspettare almeno i trentacinque anni (che non è normale per l’orologio biologico). “Giovani” che guardano al proprio futuro quando già hanno raggiunto la mezza età e devono cominciare a pensare che a sessantacinque anni forse non avranno fatto in tempo a pagare i contributi per la pensione. Ecco dunque il vortice infernale in cui ci siamo volontariamente imbattuti, molto più grande delle nostre capacità di stare al passo con i tempi.

Purtroppo, dice papa Francesco, questo riguarda anche la Chiesa, che non è più capace di stare al passo con i tempi neanche lei e dunque non sa più parlare agli uomini e tantomeno capirli. Anche la Chiesa si è come invecchiata “cercando di mettere su famiglia troppo tardi”, quando non è più fertile come una volta e non sa più fare figli e siccome lo sa e se ne accorge, cosa fa, cerca di sopravvivere proteggendo se stessa e le sue strutture obsolete, quando invece, secondo quanto Gesù ha voluto quando l’ha inventata, dovrebbe occuparsi degli uomini. È divenuta cioè (altro termine tutto franceschiano) autoreferenziale. Mentre il suo compito, secondo l’intenzione di Gesù, è salvare gli uomini, la Chiesa cerca di salvare se stessa. Ecco allora che diventa importante l’istituto di credito della santa Sede, più che il fine salvifico per cui è stato istituito; i palazzi e le poltrone dello Stato Vaticano, più che lo scopo della loro esistenza; ecco che quel convento, dove prima c’era una casa di formazione per novizie, dove prima c’era una scuola, o una mensa per i poveri, oggi è diventato una casa vacanze, con un bel nome dal sapore religioso, dove c’è una vecchia suora dell’Ordine e una manciata di donne straniere che cucinano e fanno le pulizie. L’autoreferenzialità trasforma la Chiesa in un museo (altra sua espressione tipica), dove si espongono e si spolverano i segni dello splendore del passato.

     Così, dice papa Francesco, anche la Chiesa, in tempi di cambiamenti epocali, trovandosi in questo stato, ha bisogno di un cambiamento epocale, di una riforma. Per questo il papa ha indetto un sinodo, che non ha come tema un argomento teologico tra gli altri, neanche pastorale, ma l’essere stesso della Chiesa: syn-odos, con-strada, cioè cammino insieme, cioè popolo in cammino, in altre parole la Chiesa, un popolo di credenti in cammino verso la salvezza, incontro al suo Signore, che viene dall’eternità per dare compimento ad ogni attesa umana. Cammino insieme è fare la strada mano nella mano, non da soli, mano nella mano con tutti gli uomini, nello spirito della fraternità universale (non si chiama Fratelli Tutti l’ultima Enciclica di papa Francesco?) e nello spirito della gioia del vangelo (Evangelii Gaudium è il titolo della sua prima Esortazione Apostolica, quella programmatica), in un mondo, che sempre più deve diventare la casa comune dei popoli (Laudato si, è il nome dell’Enciclica sul creato, nome tratto dalle parole del santo più ecologico che sia mai esistito e di cui il papa porta, primo nella storia, il nome).

     Riuscirà papa Francesco nel suo intento? Questo non è un problema per lui, dato che tra i suoi princìpi svetta quello secondo cui il tempo è superiore allo spazio e dunque a lui interessa, più che arrivare a bomba, dare inizio a un processo, con la fiducia che lo Spirito santo sarà lui a portarlo avanti, secondo ciò che Dio vuole. Questa è la forza di papa Francesco, la fede nell’azione invincibile dello Spirito santo, davanti alla quale la nostra azione è sempre secondaria, anche se necessaria.

     Certo, il papa non rinuncia a dare delle indicazioni metodologiche per avviare il sinodo nella giusta direzione e per questo ci propone di tornare ad ascoltare gli uomini del nostro tempo, tutti gli uomini, con la convinzione che dentro ogni racconto e persino dentro ogni grido umano è all’opera lo Spirito di Dio, che conduce la storia e guida la Chiesa. E per imparare di nuovo ad ascoltare gli uomini è necessario tornare ad ascoltare la Parola di Dio, tutta la Parola di Dio, ma in particolare il cuore delle Sue Parole, cioè le Beatitudini. In esse si attinge la logica del vangelo, lo spirito di Gesù e lo si attinge in attimo. Basta pronunciare la prima, per capire che siamo fuori della logica del mondo.

     Eccola dunque, beati i poveri, in spirito, ma anche materialmente poveri. Questa beatitudine, in un istante ti mette a confronto con il Vangelo, la cui formula di felicità dista mille miglia dalla felicità che il mondo persegue. Cristo certo, non dice beati i miseri, perchè la miseria è un male e bisogna lottare contro la miseria, ma dà valore alla povertà, perché la felicità da lui concepita e donata è per tutti, non solo per i ricchi. Questo il mondo non lo fa. Il mondo equipara la felicità alla ricchezza, al benessere materiale e per ottenerlo si può agire secondo logiche egoistiche, appunto sfruttando le risorse della terra e calpestando la vita e la dignità della gente semplice. Questa logica è quella che arricchisce pochi e riduce alla fame molti, perchè è la logica della felicità come benessere, felicità uguale a piacere sensibile.

     La seconda: beati gli afflitti. Anche qui un contraccolpo alla logica mondana. Secondo lo spirito del mondo la felicità equivale allo star bene, nel senso di un piacevole star bene. Ma quale vita è fatta di soli piaceri? Quella felicità che il mondo persegue è una felicità illusoria, che cerca il piacere a tutti i costi, anche se quei costi sono la vita degli altri. Il Signore, il Vangelo, non dicono beata la sofferenza nel senso che essa va cercata perchè ha un valore in sé, ma contemplano la sofferenza come realistico cammino di vera felicità umana, che si costruisce tra gioie e dolori, salute e malattia. Sono le parole pronunciate dagli sposi il giorno delle nozze, parole sacramentali e sacre, perchè spiegano che quella felicità sperata dagli sposi in quel giorno bello, non sarà solo piacere, ma gioia attinta e compresa grazie anche al dolore. Infatti solo dopo una sofferenza puoi capire più a fondo il senso della tua gioia e solo dopo un grande dolore dai valore a quelle cose che avevi e di cui non avevi mai ringraziato Dio. Il dolore non ha senso, ma quando lo vivi, illumina la gioia della tua vita. Quante volte hai ringraziato il Signore che stamattina ti sei alzato con le tue gambe? Sembrerà una cosa banale, ma oggi milioni di persone hanno dovuto essere aiutate per alzarsi dal letto e altri milioni di uomini non si sono potuti proprio alzare. Sono coloro che hanno scoperto che per anni hanno avuto un grande dono, le gambe che reggono e non ne erano mai stati coscienti.

     Beati i miti, dice poi Gesù. Mi domando, davanti a questa beatitudine del vangelo, quale padre, tornando a casa suo figlio, che gli dice di aver preso uno schiaffo da un compagno, gli risponde “figlio mio, beati i miti” oppure gli dice “domani, quando vai a scuola, dagliene due e se non basta, vengo io e gliene do due anche io”. Beati i miti, dice il Signore, non perchè un figlio non debba essere protetto o difeso da un genitore, ma perchè le nostre energie vanno impegnate per costruire la nostra vita, lavorare al nostro progetto di realizzazione e non sprecate per fare a pugni. Poi, quel padre, se la cosa si ripete, accompagna il figlio a scuola, va dalla preside e le dice “signora, in questa scuola c’è qualcosa che non va, perchè lasciate che uno studente immaturo o prepotente, vada in giro a dare sberle agli altri, invece di insegnargli a studiare e a realizzare il suo progetto di vita senza violenza”. P.S. i miti sono miti ma non sono rinunciatari.

     Infine…  nel senso che ci fermeremo qui, ma il Signore va oltre, Egli dice beati i misericordiosi. E quando mai il mondo insegna il perdono, magari lo invoca per sè, ma non di certo per chi ha sbagliato. Anzi, non solo il mondo non perdona ma oggi, con la motivazione che comunque bisogna fare giustizia, grazie ad internet, ai social, ai mezzi di comunicazione di massa, in ogni accadimento, amplificato dai media, si deve cercare un capro espiatorio a tutti i costi, e quella giustizia, di cui Gesù dice beato chi ne ha fame e sete, diventa giustizia mediatica, cioè una grande ingiustizia, perchè confusa con lo spettacolo.

     Come detto mi fermo qui, augurandovi un buon cammino di Avvento, all’insegna delle beatitudini, che vissute fino in fondo, ci immettono in un cammino di felicità che non ha paragoni, cioè la più grande felicità, la felicità vera, quella che resta.

 

Buon cammino, don Gianfranco.

Carissimi,

vi raggiungo in questo primo scorcio dell’estate, ancora con l’animo sospeso per l’anno difficile che abbiamo vissuto e per l’incognita, che si estende sul prossimo. Il tanto atteso caldo, che sembra diminuire la virulenza dei patogeni tipo Sarx e la fiducia riposta nei vaccini, ma non di meno, il ricordo di un’estate 2020 relativamente tranquilla, ci fa comunque ben sperare almeno per luglio e agosto, il tempo delle vacanze.

     Durante le mie uscite per la corsa lungo la ciclabile e villa Ada, incrociando la gente, si sentono le voci e le chiacchiere, uguali e diverse dal solito: “andiamo dai nonni, in Calabria, è più sicuro, siamo tutti vaccinati e anche loro”, “la riviera Adriatica meglio no, troppo affollata, anche se i romagnoli sono bravi ad organizzare, certo è più economica che altrove”, “assolutamente Trentino, aria pulita, passeggiate, distanze di sicurezza”, “all’estero?….attento a dove vai, secondo quello che succede, manco ti fanno rientrare!”. Ahimè siamo estero anche noi per gli altri Paesi e vedere i Fori romani con quattro gatti di turisti, o S. Pietro senza le interminabili file di persone, che lungo le mura vaticane avanzavano a passo d’uomo per visitare i musei, un po’ mi fa male. Penso anche a tutti i lavoratori, commercianti, artigiani del turismo stagionale e non, mi sembra quasi di sentire lo stato d’animo che vivono affrontando il secondo anno di insicurezza.

     Comunque, nonostante tutte le perplessità, la voglia di vacanze c’è, forse ancor più accentuata dal bisogno di uscire all’aria aperta e dai palazzi in cui siamo stati tanti giorni prigionieri.

     La riflessione che segue, non risponde al “dove si va”, insindacabile, (tra l’altro Gesù raggiungeva indistintamente, villaggi, campagne, città, montagne e mare, anche se non per le vacanze, almeno da qualche parte si sarà riposato), ma sul “come andare”.

     Prendo spunto per questo, dalla seconda lettura della S. Messa di oggi, domenica 11 luglio, tratta dalla Prima Lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 1, dal versetto 3 al 14 (Ef 1, 3-14 per gli esperti)

     San Paolo usa un linguaggio molto concettuale, altamente teologico, che non è facile da comprendere. I linguaggi scientifici, sofisticati, possono essere belli, ma di certo non alla portata di tutti. Ricordo sempre mia madre, che persino quando ascoltava il Tg, spesso si fermava e mi diceva:<< ma che ha detto? Io questi, quando parlano, mica li capisco, ma perché non parlano più semplice!>>. Poi ha scoperto il Tg4 del discusso Emilio Fede:<< metti sul 4, che a lui lo capisco, parla semplice>>. Un’ artista nel raccontare con semplicità e capacità le storie di vita è stata certo Raffaella Carrà, lei di questo raccontare ne ha fatto un lavoro di successo, che l’ha resa una di famiglia dentro le case della gente comune.

     Vi sembrerà superficiale questo mio riferimento, ma è proprio a gente come la Carrà, Costanzo e sua moglie, etc., che ho pensato, quando il papa, cha già parla e scrive semplice di suo, ci ha presentato il cammino settennale verso il giubileo del 2025, all’insegna del motto “Ascolta il grido della città”, tradotto e adattato in diocesi con il concentrarci sulle storie di vita, raccontarle, condividerle, farne oggetto di testimonianza nella celebrazione eucaristica e negli incontri. È facile immedesimarsi in un racconto di una storia di vita, per somiglianza o per differenza. La televisione l’ha capito da tanto tempo, noi preti non tutti e con ritardo. Per questo ci hanno spinto, in questi anni, a tale esercizio e papa Francesco, quando parla, quando predica, persino nelle sue Esortazioni (che sono pronunciamenti ufficiali di magistero pontificio), non manca mai di raccontare una vicenda, un episodio di vita ricordato o vissuto.

     Ebbene, il nostro brano di san Paolo non appartiene a questo genere di discorso, eppure parla della nostra vita e in particolare, di come Dio la vede con i suoi occhi. Sin dall’inizio risalta con insistenza l’affermazione che siamo destinatari di una sovrabbondante benedizione celeste: “Benedetto sia Dio…….che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”. Il che sta lì a dire che ogni giorno della nostra vita il Signore ci riempie di una quantità infinita di doni. Alcuni di essi vengono detti.

     Innanzitutto ci ha scelti. Io, tu, ogni uomo, che viene al mondo, è scelto da Dio. È una cosa bella, perché milioni di uomini adesso, non si sentono scelti da nessuno. Il papa parla spesso degli “scarti” delle società, ma nel nostro caso pensiamo a chi è stato rifiutato dai genitori, chi ha subito la logorante scelta preferenziale per un altro fratello, più amato; chi è stato abbandonato dal coniuge per un’altra persona; chi non ha brillato, pur volendolo, nel percorso di studi; chi è stato costretto ad un lavoro accettato per necessità; chi ha fallito in un investimento; chi ha commesso un errore grave e ne deve pagare le conseguenze; o anche allo scherno, oggi chiamato bullismo, per un difetto, una personalità poco sicura, un nome curioso divenuto oggetto di continue storture e prese in giro; nei paesi poi, ci sono i soprannomi, che non te li levi più di dosso. Davanti a tutto questo, Dio ci guarda dicendoti “Ti ho scelto”. È un dato indistruttibile è stabile come una roccia di granito. Dio mi ha scelto e mi ama, c’è già un buon motivo per ritrovare il buon umore e l’ottimismo.

     San Paolo prosegue poi dicendoci il fine per cui ci ha scelti: per esser santi e immacolati di fronte a Lui nella carità. Un passo, questo, che sin dal seminario, mi ha fatto penare, specie per uno come me propenso alla riflessione morale (in cui poi mi sono specializzato). Ho sempre sofferto considerando che essere perfetti nella moralità non è per niente facile, neanche per un prete. Sempre cadiamo, spesso dove siamo già caduti. Con il passare del tempo mi sono detto che solo la Madonna rientra in questa perfezione, me né io, né nessun altro uomo. Ma allora perché san Paolo ci dice che siamo scelti per questo? Un giorno, meditando sul passo, ha attirato la mia attenzione l’ultima delle parole, dove si dice, non moralmente perfetti, ma perfetti nella carità. Una grande differenza e una grande liberazione, perché sebbene la rettitudine sia inderogabile, la maggior parte di noi nella vita farà cose di cui si avrà a pentirsi, ma tutti possiamo vincere la sfida di essere uomini di carità. Questo è possibile ed è anche facile da fare, nonostante le nostre debolezze. Chiunque può compiere un gesto d’amore, di solidarietà, aiutare un uomo nel momento del bisogno, dare del suo ai poveri, sostenere un amico in crisi, compiere una buona azione, fare la carità. Buoni o cattivi che siamo, tutti possiamo presentarci al Signore con la cesta piena di opere di misericordia.

     Terzo dono: scelti per essere figli adottivi. È il battesimo. Se i nostri genitori ci hanno concepito nell’amore, generandoci nell’ordine della carne, cioè delle cose sottoposte allo scorrere del tempo, con il battesimo Dio ci genera suoi figli, con tanto amore, nell’ordine dell’eternità. Qui il tempo non esiste e non c’è bisogno di fare……….la prova costume o le cure estetiche per apparire. Meglio una bella ruga, segno di una vita vissuta con amore e sacrificio.

     Infine, ci viene detto che siamo stati redenti. Come se san Paolo volesse chiarire che tutta questa abbondanza di doni, riversata a pioggia su ciascuno di noi, è per puro amore e misericordia di Dio, attraverso Gesù Cristo, cioè non dipende dai nostri meriti. San Paolo conosce bene il cuore umano e sa che ci si dimentica presto del bene ricevuto, finendo per tornare al vecchio Adamo, che considera il paradiso terrestre merito suo. Siamo scelti e amati per pura, gratuita, misericordia.

     Insomma, ogni giorno della nostra vita è un capolavoro di Dio, il segreto è saperlo scoprire, cioè saper guardare alla nostra giornata con gli occhi di Dio, gli occhi della fede. È il solito discorso del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Fatti di carne debole, guardiamo più spesso alla metà vuota, soffrendo per ciò che ci manca, diventando tristi, frustrati, melanconici. Ma se impariamo a guardare alla metà piena, lì scorgiamo i doni di Dio.

      Da giovane seminarista, mi trovavo in una città del Sud, per l’ordinazione sacerdotale di un compagno di seminario. Prima della celebrazione andai a confessarmi. Si vede che ero nello stato del bicchiere mezzo vuoto, perché dopo avermi ascoltato, il prete mi disse “bene, adesso dopo tutta questa lagna, che mi ricorda tanto il Libro delle Lamentazioni, fai la confessio laudis e mi dici tre buoni motivi per ringraziare il Signore oggi, anzi te ne dico alcuni io: sei qui per l’ordinazione di un tuo amico, dunque hai un amico, è una cosa bella. Sei venuto con la tua macchina? Appunto, vuol dire che avevi i soldi per pagare il viaggio e che un viaggio di quasi dieci ore è andato bene. Quanti giorni ti trattieni? Ecco, appunto, sei ospite, gratuitamente delle famiglie della parrocchia del tuo amico. Vuoi che continui io o continui tu?”.

     A volte il Signore, per attirarci a questa consapevolezza, ci stupisce con un miracolo, come è accaduto a me l’altra mattina. Giro di tre uffici, per una delicata questione amministrativa. Prima al Vicariato a san Giovanni, poi Segreteria di Stato in Vaticano, poi una sede DHL per una spedizione internazionale. La sera prima ero andato a letto depresso, pensando che mi sarebbero partite due o tre mattinate. Al mattino parto con rassegnazione alle 9:15 dalla parrocchia. Alle 12:15 ero rientrato, dopo aver attraversato il centro, parcheggiato tre volte, fatto la fila al metal detector a piazza san Pietro e, ancora più incredibile, nessun “deve ritornare perché manca questo elemento”. È si, Signore, a volte mi stupisci veramente tanto.

     Per acquisire questo sguardo di fede e scoprire i doni di Dio vi propongo un semplice esercizio. Ogni giorno porci una domanda “dove mi sta conducendo Dio con il suo amore”. Non è importante dare una risposta, che il più delle volte non sapremo darla, l’importante e farci la domanda, perché in un attimo ti mette sotto la pioggia dei doni di Dio, come quando si entra sotto la doccia. Cioè Dio ti fa vedere come ti vede con i suoi occhi: scelto, amabile, capace di fare del bene, figlio, perdonato.

     Il passo successivo è domandarci nel dettaglio i doni, che oggi ho ricevuto da Dio. Sono sempre di tre tipi: materiali (faccio un esempio: oggi ti sei alzato con le tue gambe o qualcuno ti ha dovuto aiutare?), spirituali (una lettura di un brano della Parola di Dio, che ti ha dato calore e grazie ad essa ti sei riconciliato con una persona), intellettuali (hai capito una cosa il cui significato ti era oscuro da tempo). Fatto l’elenco di tutti doni oggi ricevuti, ringrazia il Signore e vivi nella gioia della gratitudine.

     Se poi vuoi proprio mettercela tutta, prima di farti la domanda e alla fine dell’esercizio, invoca lo Spirito Santo e fai una preghiera.

     Buona estate. Don Gianfranco.

Caro amici e genitori, come state?

Qui in parrocchia abbastanza bene. Siamo alla fine dell’anno pastorale. Che anno! Che botta! Svanite le speranze di una ripresa delle attività pastorali nel dopo estate (ci speravamo tutti), abbiamo dovuto fare i conti non solo con il perdurare della pandemia, ma a novembre ci siamo pure ammalati, tutto il presbiterio. Prima don Francesco, due giorni dopo io e poi tutti gli altri sacerdoti, abbiamo contratto il covid. Quattro settimane di isolamento e un grande strascico dopo la malattia: spossatezza, nervosismo, difficoltà di concentrazione e affanno. Fortunatamente la Madonna ci ha aiutato e nessuna delle persone, che abbiamo incontrato nei giorni immediatamente precedenti alla comparsa dei sintomi, si è ammalata. Insomma, non è scoppiato nessun focolaio parrocchiale. Il timore che accadesse mi ha tolto il sonno per una settimana, la prima della mia malattia e come al solito ho trovato rifugio nel Rosario. Ringrazio Dio, perché ho veramente temuto il peggio per la parrocchia.

     La comunità parrocchiale, grazie anche alla disponibilità impagabile dei sacerdoti delle parrocchie vicine, ha retto la botta e dopo una inziale ondata di panico, ha dato segni di grande maturità. I più sono tornati e pian piano abbiamo ripreso le attività possibili. Diciamo che lo zoccolo duro, che ha resistito, senza svanire, sono stati la partecipazione alla messa (per fare le sanificazioni abbiamo dovuto sfalsare gli orari domenicali) e le attività di carità:  raccolte alimentari presso i supermercati, distribuzione pasti da asporto, distribuzioni straordinarie del carrello spesa,  interventi di aiuto alle famiglie con un contributo sulle spese necessarie (utenze) e poi quel bene impagabile, spesso spontaneo, di vicinanza nei casi di contagio, isolamento e quarantene, attraverso le telefonate, le mail, l’aiuto possibile (come portare la spesa davanti la porta a quelle famiglie isolate per intero). Mi ha fatto un grande piacere venire a conoscenza che le famiglie dei gruppi si sono date da fare in questo senso.

     Purtroppo nella battaglia non sono mancati i caduti, diversi nel quartiere e tra i volontari e collaboratori di rilievo nella comunità parrocchiale. E anche qui la comunità ha dimostrato grande coesione e fratellanza. Martedì 16 febbraio abbiamo fatto il funerale di un nonno, Ludovico, del gruppo dei volontari della sacrestia, che ha lavorato al cielo stellato del presepe permanente, costruito secondo le costellazioni presenti al tempo della nascita di Gesù. Erano in tre o quattro in famiglia, contemporaneamente in ospedale, poi le guarigioni di alcuni, il peggioramento del nonno e la morte. Una di quelle famiglie colonne della comunità. Ancora questa estate avevamo mangiato insieme a ferragosto ad Anzio, in un raduno delle famiglie del gruppo famiglie e giovani coppie. E proprio il padrone di casa di Anzio, Bruno, anche lui ci ha lasciati per covid, domenica 28 marzo, delle Palme. Bruno lo avete conosciuto in molti, sia perchè anche lui è uno degli autori del presepe, sia perché ha fatto parte del servizio di accoglienza, sia perché ha svolto la catechesi alle famiglie dei battesimi, delle giovani coppie e dei fidanzati. Anche la sua, una delle famiglie portanti della comunità parrocchiale. Lunedì santo, a distanza di un giorno da Bruno, è stata la volta di Gabriella, un’altra colonna della parrocchia, dai tempi di don Giuseppe. Consacrata nell’ordo virginum, coordinatrice di coloro che portano la comunione ai malati nelle case e lei stessa ministro straordinario dell’Eucaristia, per la qual cosa, ha accompagnato alla morte centinaia di persone, testimoniando la speranza nella vita eterna, con serietà e tenerezza. Questi e tanti altri lutti, hanno segnato a fondo la nostra comunità. Non da ultimo anche un giovane papà cinquantenne, di una delle bambine del catechismo. Lo confesso, non è stato facile navigare in queste acque profonde di tanti lutti.

     Solo a tratti siamo riusciti a riprendere cautamente qualche attività in presenza, ovviamente ridimensionata, come l’oratorio e la scuola calcio, la catechesi sul vangelo della domenica, la preparazione dei fidanzati, i gruppi giovani, gli incontri di spiritualità per le coppie, il servizio dei chirichetti. Gli scout hanno cercato di resistere da sempre, si sa, loro amano l’aria, mentre al catechismo, come sapete, abbiamo dato piena libertà alle famiglie e ai catechisti, di decidere se fare in presenza o on-line, accogliendo richieste diversificate e assicurando le sanificazioni. So bene che le famiglie con i figli in età scolare stanno veramente impazzendo, passando da una quarantena all’altra, e con don Francesco, le catechiste, i capi scout, gli allenatori del calcetto, abbiamo cercato di cogliere ogni occasione per non far mancare la nostra vicinanza, con le catechesi on line, il semplice saluto, le parole confortanti, la disponibilità al soccorso, l’assicurazione della preghiera e l’invito a pregare dentro le mura domestiche. Accanto al sussidio per la preghiera fornito dalla Diocesi, ne abbiamo preparato anche uno per tutti i giorni della quaresima, inviati entrambi a tutti voi via mail. Sulla partecipazione alla messa, abbiamo seguito le indicazioni del Vicariato, senza fare ultimatum, ma invitando le famiglie a portare i bambini a messa e riservando la celebrazione delle dieci solo a loro. La chiesa è grande, non abbiamo dovuto fare due turni……….nonostante qualche maldestro infiltrato del catechismo si, ma della classe 1928 o giù di lì!

     Davanti a tutto questo ho sentito forte risuonare in me le parole del Cardinale, in una delle sue ultime lettere, dove diceva che ci troviamo in uno stato in cui facciamo fatica a dare “un volto concreto alle nostre comunità”. Ed infatti ci troviamo proprio in questo stato, che io definirei, di sopravvivenza e che impedisce di lavorare in prospettiva futura anche a breve termine. Manca tutto quel vortice di attività, che abitualmente ci ammazza, ma ci tiene anche in piedi. Fino a settembre, ottobre, non avevo avuto problemi, ho affrontato le diverse fasi dell’impatto della pandemia in parrocchia con grande serenità, poi con la previsione di un altro anno, forse di più, da dover vivere in questo stato di emergenza e insicurezza, ho cominciato a sentire il peso di tante difficoltà. Sacra Scrittura e preghiera mi hanno aiutato a superare questa fase difficile. E, non lo nego, l’attività fisica all’aperto. La mente ne beneficia più del corpo.

     Non da ultimo ringrazio il Signore, che nonostante il fortissimo calo delle offerte abbiamo potuto, non solo continuare, ma potenziare le attività di aiuto alle famiglie. Pochi giorni fa abbiamo realizzato sia il pranzo dell’amicizia (circa settantacinque pasti), sia un’altra distribuzione straordinaria di carrello-spesa per un importo di diverse migliaia di euro. Le foto le potete vedere sul nostro sito internet (www.parrocchiagesubambinoasaccopastore.it), e sulla mia pagina facebook (gianfranco mostarda).

     Grazie ai contributi straordinari di tante famiglie, che ha impedito l’azzeramento delle offerte, ho potuto evitare il temuto licenziamento dei due dipendenti della parrocchia (tutti e due hanno famiglia e affitto a carico), i quali, accogliendo la proposta delle ferie forzate, hanno dimostrato una comprensione della situazione di difficoltà; abbiamo potuto prorogare l’ospitalità della famiglia dei profughi, che abitano a fianco della canonica (dovevano andare via a gennaio) e, alla presentazione del rendiconto annuale, dare più degli altri anni per il fraterno aiuto tra le parrocchie, immaginando le serie difficoltà di molte di esse.  Purtroppo, non potendo celebrare in cappellina, per le distanze di sicurezza e dovendo accendere il riscaldamento a metano in chiesa tutti i giorni, il soffitto, che avevo fatto riverniciare quattro anni fa (costato diverse decina di migliaia di euro), è ridotto un macello, nero di muffa, favorita dal vapore. Non ci voleva proprio, un’altra mazzata, ma diversamente, è come celebrare dentro una cantina.

     In tutta questa situazione, ringrazio il Signore del sostegno di tantissimi collaboratori, che senza scappare, hanno continuato il loro sevizio in parrocchia con coraggio e tenacia, camminando insieme a me, affrontando le diverse situazioni di volta in volta: catechisti, operatori del centro caritas, volontari della sacrestia, allenatori del calcetto, educatori dell’oratorio, capi scout, membri del gruppo famiglie, dell’equipe parrocchiale, dei cori, del gruppo liturgico e collaboratori in tanti altri ambiti della parrocchia, compreso l’inossidabile Ottavio, che in tutto questo inverno in chiesa e in sacrestia, tutti i giorni, non solo non ha contratto il covid, ma dopo che ha fatto il vaccino, non ha avuto neanche una linea di febbre. L’ultranovantenne Ottavio, resta per noi un vero faro di speranza.

     Bella anche l’iniziativa, che abbiamo sviluppato con l’Equipe pastorale, di una testimonianza domenicale alla comunità da parte dei vari componenti. Una cosa semplice e concreta per spiegare ancora il loro ruolo, presentarli nuovamente alla comunità e organizzare un giro per i negozi, insieme a me e don Francesco, per portare gli auguri di Pasqua, esprimere la vicinanza della parrocchia e dare una confezione con l’acqua santa per la benedizione, la palma, e uno schema di preghiera. Bellissime sono state anche le celebrazioni del Triduo pasquale, in parte svolte all’aperto, con grande impegno di scout, oratorio, famiglie, gruppo liturgico. Davanti a noi, ora, sembra con un po’ più di distensione, abbiamo le prime Comunioni, il Centro estivo, la ripresa di qualche battesimo (da un anno a questa parte soltanto tre, dei trenta/quaranta, che facciamo abitualmente) e poi l’estate, dove speriamo, grazie alla campagna vaccinale, alle alte temperature e all’aiuto della Madonna Santissima, di tornare a respirare.

     Cari genitori, credetemi, siete sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere. Voglio ringraziarvi della grande testimonianza di coraggio che mi date, affrontando con tenacia le sfide che vi si pongono davanti e accompagnando i vostri figli verso quel giorno in cui saranno loro, come abbiamo fatto noi a nostro tempo, a prendere la vita nelle loro mani e camminare verso il futuro con gioia, grazie alla nostra testimonianza e al nostro sacrificio. Prego il Signore, che accanto alla forza per vivere la vostra vocazione all’amore, di sposi, di genitori, vi dia anche da vivere tante gioie e tante cose belle.

     Vi anticipo che il prossimo anno pastorale, che vedrà svolgersi nell’estate 2022 il meeting mondiale delle famiglie cristiane a Roma, sarà possibile partecipare in parrocchia ad un cammino di riscoperta e riconferma dell’amore coniugale. Tempi e orari verranno comunicati più in là.

     Vi benedico con tutto il cuore e spero di poter tornare ad incontrarvi dal vivo, perché non nego che quest’anno mi siete mancati.

Tanti auguri nel Signore

                                                                                                   Don Gianfranco

 

 

Cari amici,

     abbiamo da poco celebrato la Pasqua e siamo entrati nel tempo pasquale. In esso è contenuto un invito a rallegrarsi, ad esultare, così dice l’antifona pasquale: “Questo è il giorno, che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo, alleluia”.

     Le circostanze anguste di vita a cui siamo costretti più che mai dal tempo presente, le paure, i lutti, l’insicurezza economica e l’impoverimento, le solitudini, cose tutte fortemente accentuate dal nemico invisibile, ma cattivo, rendono difficile cantare quell’antifona, perché i sentimenti che ispira nell’animo non corrispondono alla nostra esperienza interiore.

    Questa difficoltà viene dal fatto che la gioia su cui puntiamo abitualmente è una gioia mondana (del mondo), costruita e cercata secondo una logica molto superficiale, è cioè una gioia reattiva, perché dipende dai nostri personali successi e dalle circostanze favorevoli. Dunque la sua causa è fuori di noi, in superficie appunto, ed è reattiva perché si prova quando la vita ti sorride e tutto ti va bene. Questa gioia è messa in crisi dalla prova, infatti quando si entra nella valle del pianto scompare del tutto e si cade inevitabilmente nell’angoscia. È una gioia totalmente corrispondente al piacere sensibile. Sotto un’altra prospettiva, questo dinamismo rivela quanto siamo poco centrati su noi stessi e quanto siamo dipendenti dalle cose esterne a noi, che ci procurano piaceri o dispiaceri.

     Gesù risorto invita alla pace e dona la gioia, ma non quella che dà il mondo, bensì la gioia celeste, la gioia spirituale, la gioia che viene da Lui e che è gioia sorgiva, perché entra in noi attraverso lo Spirito santo del Risorto e squarcia le tenebre dell’angoscia. È la luce della Trasfigurazione, che promana dal di dentro di Gesù, rendendo la sua carne e le sue vesti bianchissime. Questa luce, donataci, viene così a sorgere dal profondo del nostro spirito, per effetto dello Spirito Santo, che lavora dentro di noi aiutandoci a vincere la paura, l’insicurezza e la tristezza, riempiendo il vuoto prodotto dalla scomparsa della gioia mondana e liberandoci dalla schiavitù delle cose del mondo.

     Guardiamo a Gesù Risorto, appare agli apostoli rinchiusi a porte sbarrate nel cenacolo e dona loro la pace, dona la gioia effondendo lo Spirto. Grazie alla sua morte e risurrezione li ha liberati dalla schiavitù della paura e da quel momento essi escono senza timore, vanno nei luoghi pubblici, al tempio, per le vie di Gerusalemme e da qui in tutto il mondo, per diffondere quella buona notizia, la fonte della gioia e della speranza.  

     Dunque noi, i suoi figli, lottiamo contro la paura, ci facciamo forza in Dio per compiere scelte animate dalla fiducia, scelte che affermano la vita. La paura è una tenebra che uccide l’uomo e diffonde ingiustizia nel mondo, disintegra l’umanità e semina grandi disuguaglianze e povertà. Compiere scelte in preda alla paura non porta da nessuna parte. Al contrario conduce l’uomo a separarsi dagli altri uomini, a innalzare muri di protezione, che diventano una vera prigione per chi sta dentro. Infatti chi sceglie a partire dalla paura, in genere sceglie per sé, a proprio vantaggio e a scapito dell’altro, secondo la logica egoistica del “mors tua vita mea”. Le scelte costruite sulla base della paura sono quasi sempre egoistiche.

     I figli di Dio invece, non vivono scappando dalla paura, ma corrono verso la vita, verso la luce, lottando contro le paure. I figli di Dio lasciano che la luce sorgiva scaturisca dal profondo dell’animo e se pur nella prova e nel dolore, nella fatica e nel sacrificio, riconoscono il valore della vita, propria e altrui, sentono il valore della vita condivisa e così compiono azioni che sono una benedizione per sé e per gli altri. E’ in questo modo che nasce la civiltà dell’amore, è da qui che si diffonde lo spirito della fraternità, è così che la vita diventa un pellegrinaggio compiuto insieme agli amici di ogni dove.

     Questo è il Regno del Dio fatto carne in Gesù, un’esperienza di vita condivisa in Cristo, che ci rende forti e vincenti contro ogni paura, anche e più della paura di morire. Sì, perché è quando hai sperimentato di essere amato e di amare che hai fatto la vera esperienza della resurrezione e puoi dire che Dio veramente esiste. Quando hai sperimentato la bellezza dell’aiuto fraterno, del cammino di una vita fatto insieme, da uomini, che senti che puoi morire in pace, nella fiducia che anche dopo la morte c’è la vita.

     Cari amici, tante volte mi sono chiesto: ma come si può sperimentare la risurrezione? Di tutti gli episodi della vita di Gesù possiamo fare esperienza diretta nella nostra vita, ma della risurrezione come si può? È così lontana dal nostro vissuto, che anche noi, come i dotti e i sapienti dell’aeropago di Atene a Paolo, che voleva parlare loro di quel Gesù risorto dalla morte, diciamo “su questo ti sentiremo un’altra volta”, quando appena prima erano rimasti volentieri ad ascoltarlo, mentre parlava loro del Dio dell’universo, creatore o onnipotente?

      Per alcuni, l’esperienza della risurrezione sta nell’aver superato una malattia, un pericolo di morte. Certo, guarire da una malattia potenzialmente mortale è un gran dono di Dio, ma si può dire che è in una tale guarigione che sussiste un’esperienza della risurrezione? Oppure chi guarisce da un male, continuerà ad aver paura di morire e dovrà ancora fare i conti con la sua morte? O ancora, può l’esperienza della risurrezione trovarsi più realisticamente nella vicenda di un amore perduto e insperabilmente ritrovato? Può anche essere, e certamente una vicinanza con la risurrezione c’è, se penso a quella donna, che nel celebrare il sessantesimo di nozze, alla mia domanda su quale sono stati i momenti più belli della sua vita matrimoniale, rispose:<< il primo è quando ci siamo sposati, il secondo è oggi, i sessant’anni di matrimonio, il terzo è quando mi sono visto mio marito davanti agli occhi dopo dieci anni che era stato dato per scomparso in guerra>>. Qui c’è una bella esperienza di risurrezione, perché questa donna ha trovato un motivo per dire che Dio esiste e sentire che può anche morire in pace, perché ha visto e toccato con mano la vita, che va oltre la morte; è stata appagata in un bisogno che vale tutta una vita. Una vicenda per me bellissima, che non ho mai dimenticato, ma che tuttavia non risponde ancora del tutto alla nostra domanda, perché riservata a pochi, anzi esclusiva, non riproducibile universalmente. Dove si può allora andare a toccare con mano la luce della risurrezione di Cristo quale possibilità aperta a tutti?

      Se dovessi portare un esempio attuale (ma ce ne sono tanti), penso a quelle famiglie, che rimaste isolate per intero e per settimane, a causa della malattia da covid, si sono viste portare la spesa, le medicine, davanti la porta di casa, da persone che non erano neanche parenti, persone quasi sconosciute, conosciute da poco, ma che hanno sentito il richiamo della fraternità. Un gesto di risurrezione, che ha trasformato la morte in vita. Pensiamoci. Mentre il virus mortale fa chiudere le porte delle case, il gesto dell’aiuto fraterno abbatte le porte di un pianerottolo e ci fa “oltrepassare” una porta chiusa, quando prima non ci era mai passato per l’anticamera del cervello di superarla trovandola aperta.

      Forse starò sognando, ma credo sinceramente che quando qualcuno ti fa veramente del bene, in un momento di grande bisogno e difficoltà, lì tocchi con mano la forza della risurrezione. Guarire da una malattia ti restituisce la pace per un po’, ma essere stati aiutati da qualcuno, quando eri malato, beh, questo la pace te la dà per sempre. È proprio così! Nella vicinanza fraterna di qualcuno, la vita eterna, che immaginiamo oltre la morte, si dona anticipatamente nel presente. Non c’è dubbio, l’esperienza della risurrezione accade là dove qualcuno ti ha veramente amato, gratuitamente aiutato, qualcuno che non ha niente da condividere con te per ragioni di sangue o per obblighi e che liberamente fa un pezzo di strada con te, offrendoti un dono enormemente benefico per te.

     Ecco la luce della Pasqua, un’ esperienza che ci fa dire: questa vita vale la pena di essere vissuta; Dio esiste davvero; posso ora morire in pace perché ho visto è ho creduto e so che dopo la morte Dio mi attende insieme alle persone che amo e che mi hanno amato. È solo un’esperienza, certo, che non sostituisce l’atto di fede in Cristo Signore, ma che si avvicina molto ai sentimenti del vecchio Simeone, quando incontrando Gesù al tempio disse: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele», (Lc 2, 29-32).

Don Gianfranco

Cari amici,

siamo prossimi alle festività pasquali e alla Settimana Santa. Come gli ebrei siamo costretti alla “Legge del Sabato”, costretti a grandi limitazioni della nostra libertà. Ma proprio come il Popolo santo di Dio si sottoponeva a tale Legge per ricordarsi che tutto, della vita, è un dono, così anche noi viviamo questo tempo di privazione come opportunità per ritrovare la vicinanza di Dio nella nostra vita e il senso di un’esistenza da vivere come gioioso pellegrinaggio. Non è facile, lo so, ma anche se diverse delle mie preghiere non sono state ascoltate da Dio, so che nei suoi misteriosi disegni, Egli sa dove sta conducendoci attraverso questa grande prova ed io so che Egli sa trarre del bene anche dal male. 

A fianco trovate un brano, tratto dalla Lettera Apostolica di papa Francesco su san Giuseppe “Patris Corde”, che può aiutarci per un piccolo momento di riflessione e preghiera. 

Sul nostro sito parrocchiale trovate gli orari delle celebrazioni della Settimana Santa, che si possono vivere in presenza, con autocertificazione. Le SS. Messe delle h. 10:00 e 11:15 delle Palme, se il tempo lo permette, saranno all’aperto. 

Venerdì  19 marzo, festa di San Giuseppe, patrono della Chiesa in tutto il mondo, ci siamo riuniti in preghiera in chiesa per chiedere la sua intercessione perché ci accompagni in questo periodo buio e ci conduca quanto prima al giorno in cui potremo tornare a incontraci, abbracciarci, scambiarci il segno della pace.

Inoltre, in allegato trovate:

–       proposta di preghiera in famiglia per la Settimana Santa, preparato da una catechista della parrocchia;

–       proposta di preghiera in famiglia per la Settimana Santa, preparato dalla diocesi;

–      IBAN per chi vuole dare il suo contributo per gli aiuti, che stiamo realizzando per le famiglie in questo periodo: interventi sulle utenze domestiche e affitti, pranzo di amicizia e solidarieta’ con contenitori da asporto, distribuzione del pacco viveri, ospitalità di una famiglia di profughi. Le foto di queste attività potete trovarle sul nostro sito internet o chiedendo amicizia sulla pagina facebook “gianfranco mostarda”. Si può anche portare direttamente in parrocchia un pacco alimentare. Per favore No abiti usati.

 A tutti voi, di cuore, un grande abbraccio e l’assicurazione della preghiera per le vostre famiglie. Auguri di buona Pasqua nel Signore e di una bella Settimana Santa.

Don Gianfranco

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